giovedì 2 aprile 2009

Italy: Fascism's shadow

Italy: Fascism's shadow

Silvio Berlusconi's central objective as Italian prime minister has long appeared to be dazzlingly and shamelessly obvious. Ever since he strode into the political vacuum created in 1993 by the simultaneous government corruption scandal on the right and the collapse of Italian communism on the left, Mr Berlusconi has used his political career and power to protect himself and his media empire from the law. During the longest of his three periods as prime minister, Mr Berlusconi not only consolidated his already strong grip on the Italian media industry - he now owns around half of it - but passed legislation granting him immunity from prosecution. Then, when that law was ruled unconstitutional, the newly re-elected Mr Berlusconi brought it back in a new guise last year and has had it successfully signed into law.

Mr Berlusconi's success owes something to his own audacity and quite a lot to the deepening weakness of his opponents. The Italian left, in particular, has failed to mount an effective opposition. Yet Mr Berlusconi's latest action - the merger into his new People of Freedom bloc, completed yesterday, of his own Forza Italia party with the Allianza Nazionale which derives directly from Benito Mussolini's fascist tradition - may leave a more lasting mark on Italian public life than anything else the populist tycoon has done.

Unlike postwar Germany, postwar Italy never properly confronted its own fascist legacy. As a result, while neofascism has never seriously resurfaced in Germany, in Italy there were important continuities - inherited Mussolini-era laws and officials and the postwar rebirth of the renamed Fascist party among them - in spite of Italy's nominally anti-fascist public culture. Those continuities have just become stronger. It is a day of shame for Italy.

Nevertheless, the AN has come a long way in 60 years. Its leader, Gianfranco Fini, has discarded the old political garments and led his party towards the centre. He has worked for more than 15 years as Mr Berlusconi's ally. He talks about the need for dialogue with Islam, denounces antisemitism, and advocates a multi-ethnic Italy - positions which Mr Berlusconi, with his populist anti-gypsy and anti-immigrant campaigns and his fondness for soft-core racism, would struggle to match.

Despite its distant liberal origins, modern Italy is historically a rightwing country. Yet it is a very shocking thought that there will be one head of government among the 20 world leaders at the London economic summit this week who has now rebuilt his political base on foundations laid by fascists and who claims that the right is likely to remain in power for generations as a result.

mercoledì 14 gennaio 2009

Chi sono i colpevoli della crisi globale


Data di pubblicazione: 12.01.2009

Autore: Ruffolo, Giorgio

I disastri di una finanza che distribuisce ricchezza senza produrla saranno pagati dai più deboli. Da la Repubblica, 12 gennaio 2009 (m.p.g.)

Dice Giovanni Sartori: «Il 2009 sarà il primo anno – temo – di una tempesta economica perfetta. Una tempesta destinata a durare finché non torneremo a capire come nasce il denaro, cosa fa ricchezza». (Corriere della Sera, 31dicembre)... E io temo proprio che abbia ragione.
Poi imputa alla sinistra la responsabilità di avere travisato la questione anteponendo il problema della distribuzione della ricchezza al problema della creazione della ricchezza. Ora, se si tratta di questa crisi, a me sembra che, per una volta, la "sinistra" sia innocente.
Dio solo sa se la sinistra ha compiuto errori fatali. Al punto da restare ammaccata e a indurre a invocare i suoi critici di non sparare sull’ambulanza. È vero. In tempi nei quali disponeva di un rapporto di forza politico favorevole, ha forzato talvolta le rivendicazioni salariali (anche se bisogna qualificare: in certi casi, come nel nostro attuale, un aumento di salari si impone proprio per uscire dalla crisi).
Ma poiché si tratta della tempesta nella quale siamo immersi, mi sembra superfluo ricordare che essa è stata confezionata in America da un governo di destra, con l’osservanza di una politica che più disegualitaria non avrebbe potuto essere. La sinistra di tipo europeo, cui Sartori implicitamente si riferisce, in America neppure esiste e dunque deve essere assolta per non aver commesso il fatto.
Ma c’è di più. L’accusa che Sartori muove alla sinistra si adatta perfettamente alla destra "liberista". Qual è, infatti, lo "specifico filmico" della crisi se non proprio quello di avere per anni distribuito ricchezze inesistenti? Su tre piani distinti ma convergenti.

Sul piano mondiale l’America ha vissuto e vive tuttora di risorse ben superiori a quelle che produce, finanziandole con il risparmio della sobrietà asiatica e realizzando così la parabola del ricco debitore. Sul piano dell’economia nazionale l’altissima pressione dei consumi, che ha finora mantenuto la domanda a livelli elevati, si basa su un colossale indebitamento delle famiglie americane che, con buona pace di Max Weber, hanno cessato da tempo di risparmiare. Che cos’è quell’indebitamento da cui è originata la crisi americana se non ricchezza distribuita senza essere prodotta?
Infine, sul piano dell´impresa, della grande impresa, della Corporation, che cosa sono gli sconfinati guadagni dei manager americani, i loro stipendi di favola, le loro opzioni azionarie, le loro liquidazioni faraoniche, se non rendite di posizione: differenze tra valori di mercato che essi stessi sono in grado di influenzare e valori reali? Anche questa è ricchezza distribuita senza essere stata prodotta.
Sartori si batte da tempo valorosamente contro l’irresponsabile e criminosa proliferazione della popolazione che condanna alla fame alla sofferenza alla morte milioni e milioni di bambini innocenti. Non possono sfuggirgli i disastri di una finanza basata sulla proliferazione di un indebitamento irresponsabile.
La finanza ha molti meriti. Fornisce liquidità al risparmio e agli investimenti. Contribuisce, se gestita con prudenza, a coprire i rischi degli investimenti, Di più. Entro certi limiti, anche le sue "scommesse" possono promuovere decisioni di investimento che le realizzano. Entro certi limiti, che sono stati irresponsabilmente travolti generando quest´ultima crisi.

Sono stato talvolta accusato di "finanzobia". Se fosse per me, si è detto, non ci sarebbe neppure l’assegno. No, ho risposto e ripeto. L’assegno ci sarebbe. Non ci sarebbe l’assegno a vuoto.

Resta l’ineccepibile affermazione di Sartori sulla necessità di capire come nasce il denaro, cosa fa ricchezza. Soprattutto, e credo che sarà d’accordo con me, ricchezza reale, non immaginaria. E non a scapito degli incolpevoli. Si è detto che l’indebitamento sregolato va a carico dei nostri posteri. E Woody Allen ha commentato: che c’è di male? Dopo tutto che cosa hanno fatto i posteri per noi? Ma non è vero. Quando le bolle scoppiano, e inevitabilmente scoppiano nel nostro tempo, sono i contemporanei a pagare. Anzitutto, quelli che non si sono arricchiti di ricchezze non prodotte, quindi sottratte ad altri: i lavoratori disoccupati, i risparmiatori frodati, i contribuenti chiamati a risolvere problemi che altri hanno creato.

domenica 28 dicembre 2008

Telefonate telefonate Telefonate!!!!

Telefonate telefonate Telefonate!!!!


Berlusconi sulle intercettazioni
"Se escono mie telefonate lascio l'Italia"

Il premier: "Non è democratico un Paese in cui tutti temono di essere intercettati" Poi detta le tappe delle riforme: "Prima il federalismo, poi la giustizia". "Il presidenzialismo non è all'ordine del giorno". La Finocchiaro: "E' ammalato di bulimia mediatica"


Il Cavaliere fissa i paletti per un incontro con il Pd e stila il calendario. "Federalismo
poi la giustizia. Non è democratico un Paese in cui tutti hanno paura di essere intercettati

Riforme, Berlusconi ai democratici
"Dialogo solo con divorzo da Di Pietro"

La Finocchiaro (Pd): "Il premier ammalato di bulimia mediatica"



Riforme, Berlusconi ai democratici
"Dialogo solo con divorzo da Di Pietro"

Silvio Berlusconi con Umberto Bossi

ROMA - "Il dialogo sulle riforme sarà possibile solo con il divorzio del Pd da Di Pietro". Il premier Silvio Berlusconi, pur dicendosi "pessimista" fissa i paletti per il dialogo con l'opposizione sulle riforme, a partire dalla giustizia, che nei prossimi mesi saranno presentate in Parlamento.

"Di Pietro - è la spiegazione del premier - è irrecuperabile, è il giustizialismo fatto persona. Lo dice tutta la sua storia". Il divorzio tra Veltroni e l'Idv, ha aggiunto, "è necessario, ma è il Pd che deve scegliere quale identità darsi, oggi è incerto, non sanno neppure di quale famiglia europea far parte".

Per le riforme, del resto, lo stesso presidente del Consiglio aveva stilato un calendario. Ribaltando le priorità indicate appena due giorni fa, Berlusconi aveva detto a Sky che viene "prima il federalismo poi la giustizia". "A seguire - aveva aggiunto - faremo le altre importanti riforme". Parziale marcia indietro da parte del presidente del Consiglio anche sul presidenzialismo, obiettivo, ha chiarito, che "non è all'ordine del giorno" ma potrà essere messo sul tavolo "eventualmente nella seconda parte della Legislatura", ma sempre "con il concorso di tutti".

"Una parte specifica della Costituzione - ha insistito Berlusconi - può cambiare ma si deve avere il consenso di tutte le forze politiche. Non ho mai detto che vogliamo cambiare la Costituzione da soli. Lo faremo da soli se vi saremo costretti per un comportamento irragionevole dell'altra parte".

Ma del consenso sulle riforme prospettate il premier è certo. A proposito delle intercettazioni, dopo aver minacciato di "cambiare Paese se uscirà una mia telefonata", il premier ha detto: "Non è mai veramente democratico un Paese nel quale tutti hanno il timore di essere intercettati". Sulla riforma della giustizia e sulle misure in materia di intercettazioni "una sinistra che non partisse da un presupposto antagonistico nei miei confronti, dovrebbe essere d'accordo. Visto che queste cose si sono rivolte contro il Pd", ha detto Berlusconi.

Il cavaliere ha spiegato che nei suoi discorsi "ho delle standing ovation sicure" quando affronta i temi delle intercettazioni e della separazione delle carriere. Su questi argomenti "serve il buon senso", e prendere atto di "tutte le accuse che sono finite nel nulla, e io ne so qualcosa", e del fatto che "i magistrati sono una casta e su questo nessuno ha più dubbi".

Dunque "che il sistema debba essere migliorato è cosa condivisa", anche se "ho sempre avuto fiducia nei giudici e sono sempre stato convinto che c'è un giudice a berlino, tanto che sono sempre stato assolto, alla fine". Di fronte al quadro descritto, "non capisco perchè la sinistra è contraria. Quando ero giovane la sinistra era garantista, e guardavo con simpatia da quella parte proprio perchè era il garantismo fatto politica". Solo una simpatia, perché "non ho mai votato a sinistra: ho votato Pli, Dc e Psi perchè ero amico di Craxi".

"La bulimia mediatica di Berlusconi è pari solo alla sua paura di dire la verità agli italiani - commenta la presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro. "Ancora annunci sulle riforme e sulla giustizia. Sulla crisi, proprio oggi che la Cgil conferma che i salari ei lavoratori italiani nel 2008 sono rimasti fermi, il solito appello all'ottimismo". "Sempre lo stesso copione - prosegue l'esponente del Pd - forse in un momento di tale difficoltà per il Paese sarebbe il caso di mostrare maggiore sobrietà e di fare meno chiacchiere. Le riforme si fanno attraverso testi scritti discussi in Parlamento. Li tirino fuori e vedremo. E la crisi, vera priorità del Paese si dovrebbe affrontare in un'altra maniera, non attraverso appelli all'ottimismo".

domenica 21 dicembre 2008

Passato e futuro dell'energia solare


di giorgio nebbia


Mentre scrivo (primi di ottobre 2008) il prezzo del petrolio sui
mercati internazionali è di circa 450 euro alla tonnellata; i primi
di luglio 2008, tre mesi fa, era 690 euro alla tonnellata. E'
finalmente finita la crisi petrolifera ? possiamo tornare tranquilli
in un mondo con la benzina e il gasolio a basso prezzo per la maggior
gloria dei fabbricanti di SUV e di potenti automobili ? in un mondo
in cui l'elettricità fluisce a basso prezzo nelle case, nei
computers, nei forni fusori dei metalli ?

Può anche darsi che sia così, ma sarebbe un grave errore tradurre
questa speranza in un declino dell'utilizzazione delle fonti
energetiche rinnovabili, finora cresciute in un mercato drogato da
incentivi pubblici assicurati dalla grande paura del petrolio ad alto
prezzo e che verrebbero meno se si tornasse ad una situazione
energetica "normale". Altre volte rapidi frettolosi
entusiasmi "solari" si sono altrettanto presto dissolti.

L'energia solare è sempre stata figlia della scarsità. Quello che si
può pensare come il primo atto di questa storia comincia nella
seconda metà del XIX secolo: la società industriale dipendeva dal
carbone, usato in quantità così rilevante da far temere l'esaurimento
delle sue riserve e già riconosciuto come vistosa fonte di
inquinamento atmosferico. Di una possibile futura scarsità del
carbone aveva parlato l'economista inglese Stanley Jevons (1835-1882)
nel libro "The coal question", pubblicato nel 1865 e 1888 (una terza
edizione sarebbe apparsa nel 1906). Allora in tanti si misero a
guardare al Sole come fonte di energia, sia come surrogato del
carbone, sia nella prospettiva di sviluppo di attività economiche
nelle colonie africane. Nel 1863 il fisico italiano Antonio Pacinotti
(1841-1912) aveva pubblicato le sue prime osservazioni sull'effetto
fotovoltaico e termoelettrico, di cui suggerì l'applicazione per la
produzione di elettricità dal Sole. Il francese August Mouchot (1825-
1912) negli anni 60 e 70 dell'Ottocento costruì delle macchine con le
quali, mediante specchi, produceva vapore che alimentava un motore;
tale invenzione riscosse una grande attenzione in tutto il mondo; nel
1866 la macchina fu mostrata a Napoleone III che assegnò un premio
all'inventore; una versione perfezionata fu presentata
all'Esposizione Universale di Parigi del 1878.

Su un altro piano, non ingegneristico, Lev Tostsoi (1828-1910) nel
1873, in un "ragionamento" inserito nei "Quattro libri di lettura",
una delle grandi opere di pedagogia popolare dello scrittore russo,
aveva scritto: "Il Sole è calore" e aveva spiegato che dal calore del
Sole vengono la legna e il carbone, l'erba e il cibo, il vento e
l'acqua che muovono i mulini --- o, come diremmo noi, la biomassa,
l'energia termica, eolica, idrica. Addirittura lo scrittore di
fantascienza Kurt Lasswitz (1848-1910) scrisse un romanzo, "Auf zwei
Planeten", nel 1897 in cui si parlava dell'uso dell'energia solare.

Nel 1872-74 l'ingegnere cileno Carlos Wilson aveva costruito
nell'altopiano cileno un grande distillatore capace di assicurare per
molti decenni acqua potabile agli operai delle miniere di salnitro
(se ne è fatto cenno in un articolo precedente). Nel 1884 l'americano
John Ericsson (1803-1889) aveva costruito un motore solare che aveva
attratto molta attenzione in tutto il mondo. Negli stessi anni il
fisico tedesco Friedrich Kohlrausch (1840-1910) aveva indicato, nel
libro "Die Energie der Arbeit" del 1900, l'elettricità ottenuta
concentrando il calore solare su macchine termiche, come la fonte di
energia che avrebbe liberato "l'uomo" dalla fatica del lavoro. Il
1800 si chiude con la grande esposizione universale di Parigi del
1900 nella quale Rudolph Diesel (1858-1913) presenta il suo motore a
combustione interna alimentato con olio di arachide (se ne è parlato
qualche tempo fa in questo giornale).

Il primo decennio del Novecento è anch'esso pieno di fermenti e di
invenzioni. Il professore italiano Giacomo Ciamician (1857-1922) in
due celebri conferenze nel 1903 e poi nel 1912, pensava che un
giorno, con l'energia solare "le industrie sarebbero ricondotte ad un
ciclo perfetto, a macchine che produrrebbero lavoro colla forza della
luce del giorno, che non costa nulla e non paga tasse !"

Nel 1909 il fisico inglese J.J. Thomson (1856-1940) nella relazione
iniziale del Congresso della British Association a Winnipeg, parla
del Sole da cui un giorno l'umanità potrà trarre l'energia necessaria
alle sue attività. "Quando verrà questo giorno i nostri centri di
attività industriale saranno forse trasportati nei roventi deserti
del Sahara". Il tedesco August Bebel (1840-1913) nella 50a edizione
del suo libro "La donna e il socialismo", del 1909, parla a lungo di
un mondo socialista in cui l'energia solare sostituirà la fatica
umana e cita Kohlrausch e Thomson.

Negli stessi anni si moltiplicano le notizie di invenzioni e macchine
solari, realizzate da Clarence Kemp, Aubrey Eneas, Charles Tellier,
Henry E. Willsie, Frank Shuman (1862-1918) e tanti altri. Nel 1903
Charles Henry Pope (1841-1918) pubblicò un libro intitolato: "Solar
heat. Its practical applications". I primi quindici anni del
Novecento videro al lavoro scienziati e inventori in tutti i paesi,
una multinazionale delle energie rinnovabili: solare, del vento,
idroelettrica, figlia anch'essa della forza di caduta delle acque
tenute in moto dal Sole. Gran parte di tutto questo è stato spazzato
via dalla I guerra mondiale.

Il secondo atto della storia solare si ebbe fra le due guerre, nel
periodo delle "autarchie", al plurale, perché le stesse soluzioni
sono state adottate nelle varie autarchie, quelle fasciste (in
Italia, in Germania, nella Francia occupata dai nazisti), ma anche
quelle dell'Unione Sovietica, degli Stati Uniti, dell'Inghilterra. Le
autarchie hanno in comune alcuni caratteri, fra cui, appunto, il
ricorso a fonti energetiche rinnovabili (solare, eolico, biomassa).

L'alcol etilico ottenuto per fermentazione dai carboidrati ricavati
dalla biomassa vegetale "solare" è stato usato come carburante per
motori a scoppio e, prima dell'avvento della petrolchimica, come
materia prima per la sintesi del butadiene necessario per la gomma
sintetica, un butadiene dalla biomassa, quindi. I "gassogeni",
applicati a varie macchine e veicoli, avevano un fornello nel quale
veniva scaldata della legna (biomassa solare anche lei) che si
scomponeva in idrogeno e ossido di carbonio, miscela di gas che
venivano poi avviati nei motori.

Negli anni 1920-1945 sono state costruite case solari negli Stati
Uniti, distillatori solari dagli italiani in Libia e dagli americani
per le forze armate, motori eolici in tutti i paesi; in Italia la
società Vivarelli di Grosseto ha diffuso motori eolici, per sollevare
l'acqua dai pozzi, nelle zone della riforma fondiaria in Toscana;
sarebbero poi stati utilizzati anche in Puglia dopo la II guerra
mondiale. Vengono, per esempio realizzati i primi motori eolici su
larga scala, verticali, come quelli del tipo Savonius e derivati,
intorno al 1920, e del tipo a pale, come quello di Putnam degli anni
trenta, nel Vermont, negli Stati Uniti. Macchine solari e motori
eolici sono stati costruiti, dopo la Rivoluzione, nell'Unione
Sovietica nel quadro della modernizzazione dell'agricoltura. Nel 1931
fu costruito a Yalta un motore eolico della potenza di 100 kW, con
rotore di 30 metri di diametro e produzione di 280.000 kWh elettrici
all'anno.

Sempre negli anni trenta il francese George Claude (1870-1960) ha
costruito a Cuba il primo impianto che produceva elettricità con
motori azionati dalla differenza di temperatura fra gli strati
superficiali degli oceani, scaldati dal Sole, e quelli freddi
profondi a temperatura costante; si moltiplicarono le invenzioni per
l'utilizzazione della forza del moto ondoso, figlio del vento e
quindi del Sole.

Per la seconda volta tutto è stato spazzato via dalla II guerra
mondiale.

Atto terzo: alla fine della II guerra mondiale un mondo devastato era
affamato del bisogno di ricostruzione e di energia. Negli anni dal
1950 al 1965 non si capiva bene se le promesse dell'energia nucleare
sarebbero state mantenute, i paesi usciti dallo stato coloniale
chiedevano nuove quantità di energia; il Sole sembrava la grande
soluzione anche per i paesi poveri. Si è così avuta l'invenzione
delle fotocelle a semiconduttori nel 1952; furono costruiti
distillatori solari, case solari, macchine solari. Ci si ricordò che
l'acqua calda e l'acqua fredda in grandi corpi idrici si stratificano
senza mescolarsi e che tale stratificazione può alimentare macchine
termiche: acqua fredda al disotto negli oceani tropicali (macchina di
Claude a Cuba); acqua calda al di sotto nel lago degli Orsi in
Transilvania (stagni solari). Una grande conferenza delle Nazioni
Unite sulle "nuove" fonti di energia si tenne a Roma nel 1961, ma fu
seguita da un'ondata di petrolio a basso prezzo e di nuovo da un
declino della "passione solare"; migliaia di documenti sono finiti in
archivi dimenticati o al macero.

Atto quarto: alla fine del 1973 cominciò un rapido aumento del prezzo
del petrolio, passato in pochi mesi da tre a oltre undici dollari (di
allora) al barile; in tanti allora riscoprirono che ci si poteva
liberare dalla schiavitù dei combustibili fossili ricorrendo
all'energia solare e alle fonti rinnovabili. Fiumi di soldi pubblici
e di finanziamenti piovvero su centri di ricerca – i
celebri "Progetti finalizzati" del CNR --- e su imprese per
reinventare ancora altre macchine e dispositivi solari, fino al
ritorno dell'ordine nei mercati dell'energia, alle illusioni sul
nucleare e tutto il solare finì ancora una volta in archivio.

Il quinto atto è quello che viene recitato dagli inizi del XXI
secolo; ancora una volta aumenti del prezzo del petrolio, "curva di
Hubbert" e pericolo di esaurimento delle riserve di idrocarburi,
effetto serra, hanno ridato fiato alle fonti innovabili, dai pannelli
ai grandi progetti di bioetanolo e biodiesel, ai grandi impianti a
concentrazione, gigantizzazione di cose già viste e fatte e
accantonate, e anche alla voglia di soldi pubblici. Non vorrei che le
nuove turbolenze del mercato energetico e i nuovi sogni del nucleare
finissero per fare dimenticare tutto, per fare accantonare di nuovo
le fonti rinnovabili che, sono convinto, rappresentano l'unica
possibile via per l'energia del futuro, nei paesi industrializzati e
in quelli poveri, con diverse soluzioni progettate e adattate caso
per caso.

Essenziali a questo fine sono il coraggio di guardare al futuro e la
storia. La sopravvivenza delle esperienze, dei successi e anche degli
errori, dovrebbe essere compito di uno Stato che avesse a cuore il
bonum publicum, ma a giudicare dalla povertà degli archivi
sull'energia solare c'è poco da stare allegri. Per quanto ne so
l'unico archivio solare esistente è privato, ma al servizi di tutti,
e si trova presso la Fondazione Luigi Micheletti di Brescia
www.musil.bs.it inventariato e sistemato nella nuova sede della
Biblioteca, archivio e museo della tecnica a Rodengo Saiano, vicino
Brescia, con molte centinaia di metri di documenti, libri,
fotografie, disegni del passato solare. Per chi vuole cominciare o
ricominciare con le energie rinnovabili, lì c'è tutto.

domenica 14 dicembre 2008

CVD

Come volevasi dimostrare le dimostrazioni si sono tranquillizzate e il decreto passa senza tanti disturbi e nessuno se lo caghera neache di striscio....
Sempre la solta storia : "noi questa volta non ci fermiamo davanti a niente" sti finti rivoluzionari...


Dopo l'intesa governo-sindacati il ministro parla di piccola correzione di rotta
ma di fatto sul maestro unico a decidere saranno genitori e scuole

Gelmini: "Nessuna retromarcia"
Ma i documenti la smentiscono

di SALVO INTRAVAIA


Gelmini: "Nessuna retromarcia" Ma i documenti la smentiscono

Manifestazione contro la riforma Gelimini

Ventiquattro ore dopo l'inattesa marcia indietro del governo sulla scuola restano diversi dubbi. Insegnanti e dirigenti scolastici si chiedono: ma il maestro unico c'è oppure no? Secondo il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, quella di ieri pomeriggio è stata soltanto una piccola correzione di rotta sul piano e "non c'è nessuna retromarcia".

"E' tutto confermato", dichiara il giorno dopo la responsabile del dicastero di viale Trastevere che aggiunge: "Un unico maestro sarà il punto di riferimento educativo del bambino e viene abolito il modello a più maestri degli anni 90". Per la Gelmini, quindi, per il cosiddetto "modulo" di tre insegnanti su due classi è tempo di andare in soffitta. "Chiunque affermi in queste ore che è cambiato qualcosa sta semplicemente dicendo una falsità - incalza - e cerca in maniera strumentale di mettere in discussione la linea del governo che non è mai cambiata e che non cambia".

Ma come stanno le cose? Per stabilirlo basta rileggere le carte. La versione del Piano-Gelmini passata dalle commissioni di Camera e Senato (atto numero 36) in proposito dice che "nella scuola primaria va privilegiata l'attivazione di classi affidate ad un unico docente e funzionanti per un orario di 24 ore settimanali". Per il governo "tale modello didattico e organizzativo, infatti, appare più funzionale all'innalzamento degli obiettivi di apprendimento, (...) favorisce l'unitarietà dell'insegnamento soprattutto nelle classi iniziali, rappresenta un elemento di rinforzo del rapporto educativo tra docente e alunno, semplifica e valorizza la relazione tra scuola e famiglia".

Ma, chiamata a esprimere un parere, la commissione Cultura della Camera ha condizionato l'approvazione del Piano precisando che (punto d) "in relazione alla scuola primaria sia previsto che l'attivazione di classi affidate ad unico docente, funzionanti per un orario di 24 ore settimanali, sia effettuata sulla base di specifiche richieste delle famiglie e siano garantiti gli insegnamenti specialistici di religione e di inglese". E che (punto e) "sia stabilito il tempo scuola in funzione non soltanto delle esigenze di riorganizzazione didattica, ma soprattutto in ragione della domanda delle famiglie e pertanto siano garantiti differenti articolazioni dell'orario scolastico a 24, 27, 30 e 40 ore, mantenendo la figura dell'insegnante prevalente" secondo quanto previsto dal decreto Moratti.

E il testo dell'accordo tra governo e sindacati firmato ieri sembra proprio pendere verso questa strada. "In particolare, per l'orario a 24 (solo prime classi per l'anno scolastico 2009/2010) e 27 ore, si terrà conto delle specifiche richiesta delle famiglie", specifica il punto b del verbale. Non sembrano esserci dubbi. Saranno le famiglie e le scuole nell'ambito della loro autonomia, e non più il ministero attraverso la leva degli organici, a determinare quanti insegnanti entreranno in classe. A questo punto occorrerà aspettare le scelte delle famiglie. Quanti saranno i genitori disposti ad accompagnare i bambini alle 8 e riprenderli alle 12.30?

"Riteniamo più che positivo il ruolo attivo dato alle famiglie e ai genitori nel settore scuola grazie alla possibilità di scelta tra diversi modelli di orario e di conseguenza tra diversi modelli formativi", dichiara il movimento dei genitori (Moige) attraverso il suo responsabile. "Questo nuovo elemento lascia un margine decisionale importante ai genitori - continua Bruno Iadaresta - che potranno, quindi, decidere insieme alle autorità scolastiche il metodo educativo migliore per i propri figli".

Le altre novità, marcia indietro o no, riguardano le lezioni pomeridiane nel primo ciclo (scuola dell'infanzia, scuola primaria e media) che continueranno ad essere garantite. La scuola materna ed elementare a 40 ore, che continueranno a funzionare con due insegnanti per classe. La scuola media che, anziché 29 ore di orario obbligatorio, ne avrà 30. Il congelamento "in connessione con l'attivazione dei piani di riqualificazione dell'edilizia scolastica" dell'innalzamento del numero massimo di alunni per classe. Sarà, inoltre, "tutelato il rapporto di un docente ogni due alunni disabili" mentre la riforma della scuola superiore partirà dal 2010/2011.

Il governo si è anche impegnato "a costituire un tavolo permanente di confronto per ricercare le possibili soluzioni a tutela del personale precario attualmente con nomina annuale o fino al termine delle attività didattiche, per favorire continuità delle attività di insegnamento e di funzionamento" e "a prevedere, qualora le risorse di bilancio lo consentano, l'estensione degli sgravi fiscali previsti in materia di salario accessorio" anche per il personale della scuola.

La riforma del secondo ciclo (licei, istituti tecnici e istituti professionali), inizialmente prevista per il primi settembre 2009, partirà dal 2010/2011. L'informazione per famiglie e ragazzi sul "nuovo corso" inizierà dal primo gennaio 2009.

Dal 2009 partiranno i regolamenti riguardanti il Dimensionamento della rete scolastica, quello relativo all'intero primo ciclo e il regolamento sull'utilizzo delle risorse della scuola (del personale). I tagli, insomma, sono confermati ma con le modifiche apportate oggi potrebbero non raggiungere le 132 mila unità in tre anni previste dal Piano.
(12 dicembre 2008)

venerdì 28 novembre 2008

Mission: Impossible! Come valutare i professori di Giuseppe Lipari

La recente "riforma Gelmini" ha posto, almeno per il momento, il sistema universitario al centro dell'attenzione mediatica. Commentatori di professione dalle colonne dei maggiori giornali si sono da tempo lanciati all'attacco dell'attuale sistema universitario, nell'ottica di riformarlo e introdurre criteri meritocratici nei meccanismi di gestione.

Criticare è molto facile: e criticare un'istituzione decrepita, inefficiente, in moltissimi e documentatissimi casi teatro di malcostume e malversazioni da parte dei cosidetti "baroni", è particolarmente facile. Quando però si arriva al momento di mettere sul tavolo concrete proposte di riforma, il caos e il dilettantismo sembrano farla da padrone. Mentre tutti concordano sulla necessità di introdurre un astratto concetto di meritocrazia, passare poi ai provvedimenti da attuare concretamente è tutto un altro paio di maniche.

Una delle proposte che sta sul tavolo da tempo, ormai stabilmente nei desiderata del ministero, è quella di legare lo stipendio di ogni docente alla sua "produttività". Ne parlano, ad esempio, i colleghi Jappelli e Checchi su Lavoce.info:

Andrebbe una volta per tutte definito lo stato giuridico dei docenti, con indicazioni precise sul carico didattico e verifiche periodiche della produttività scientifica, cui condizionare la progressione economica, adesso solo basata sull'anzianità di servizio.

Ne parlano illustri docenti e ne parlano gli studenti (vedi la puntata di Annozero sull'Università di qualche giorno fa). Soprattutto, tale proposta si trova nelle Linee Guida del governo per l'università:

D.1 rivedere il meccanismo degli automatismi stipendiali, che non necessariamente premia la qualità della ricerca e l'impegno nella didattica, sostituendolo gradualmente con valutazioni periodiche dell'attività svolta;

D.2 elaborare parametri condivisi di qualificazione scientifica per l'accesso ai diversi ruoli della docenza, anche con l'utilizzo, ove possibile, di indicatori di qualità scientifica internazionalmente riconosciuti (impact factor; citation index): il CUN è già al lavoro in questo senso;"

Tutti d'accordo, quindi: gli scatti di anzianità automatici verranno presto sostituiti da verifiche periodiche centralizzate, al cui risultato legare la progressione di stipendio (incidentalmente, vi prego di notare che queste valutazioni periodiche sarebbero in aggiunta alle valutazioni periodiche delle università e dei dipartimenti: mentre con le prime si controlla lo stipendio dei docenti, con le seconde si controlla la quantità di fondi da destinare a ciascuna Università).

Siamo sicuri che sia una buona idea? Roberto Perotti pensa di no:

[...] molti perseguono in forme più o meno esplicite, una differenziazione degli stipendi diretta dal centro, sulla base di parametri rigidamente definiti. Ma una differenziazione centralizzata non può funzionare: è impossibile stabilire a priori quanto vale un ricercatore in ogni possibile situazione e circostanza. Anche l'unico criterio minimamente oggettivo, quello bibliometrico, può essere un utile aiuto, ma sarebbe insensato e pericoloso utilizzarlo meccanicamente come unica determinante degli stipendi.

Roberto Perotti, L'Università truccata, Gli struzzi Einaudi, 2008, pag 112

Forse Perotti esagera. Preso dal suo furore liberista, vuole liberalizzare financo l'ultimo caposaldo dell'università statale, ovvero la centralizzazione degli stipendi? In fondo se così tanti autorevoli personaggi ci dicono che è la soluzione giusta, e sta nelle linee guida del governo...

Poichè mi hanno insegnato a non fidarmi troppo di quello che mi dicono, proverò comunque a fare qui un piccolo esercizio di stile. Supponiamo che il ministro Gelmini mi chiami domani come consulente del ministero:

"Giuseppe, trovami il modo di implementare la linea guida D1!" (della D2 se ne occupa già il CUN).

"Ok, ministro, ma è un lavoro difficile e pericoloso, mi attirerò le critiche di tutti!"

"In cambio ti ricoprirò d'oro."

"Allora, accetto!". Per il bene della patria, naturalmente.

OBIETTIVO DELLA MISSIONE

Nelle linee guida, in effetti, c'è scritto pochino. Allora facciamo che gli obiettivi e le specifiche me li scrivo da solo, saranno forse più facili da raggiungere!

A che serve questa riforma? Ad aumentare la produttività dei docenti italiani, inserendo un meccanismo premiante direttamente sullo stipendio. Sarà quindi questo il principale parametro di valutazione delle nostre regolette: dovremo controllare alla fine se la produttività sarà aumentata.

Di quanti soldi stiamo parlando? Qui si va a senso. Direi che se l'obiettivo è di sostituire gradualmente il meccanismo degli scatti di anzianità con un meccanismo basato sulla valutazione (come recitano le linee guida), più o meno stiamo parlando dello stesso ordine di grandezza: invece di darteli automaticamente con il passare del tempo, ti sottopongo a una valutazione.

Si va solo a salire o anche a scendere? Se dobbiamo sostituire l'anzianità "as it is", convengono scatti piccoli solo a salire. Non mi sembra però una grande idea. Infatti, se l'incremento fosse in percentuale sullo stipendio, come è adesso lo scatto di anzianità, l'età giocherebbe comunque un fattore determinante: premierebbe chi da tempo fa ricerca, mentre il giovane ricercatore dopo la prima valutazione avrebbe comunque con uno stipendio limitato, anche se si trattasse di un novello Einstein.

Forse, per stimolare maggiormente la qualità, sarebbe meglio legare una parte sostanziale dello stipendio alla valutazione e prevedere che si possa anche scendere la volta dopo. Ad esempio, ogni 3 anni ti valuto: se vali, ti do un bel po' di stipendio in più per i prossimi 3 anni (per esempio il 30%-40% in più); se non vali, niente. Dopo altri 3 anni, però si ricomincia da zero. E si possono naturalmente avere sistemi misti. Inoltre, conviene che l'incremento di stipendio sia proporzionale al risultato. Si potrebbe assegnare ad ogni docente un voto da 1 a 10, da utilizzare poi per calcolare l'ammontare dell'aumento.

Naturalmente, il sistema deve essere "fair", cioè quanto più possibile equo. Devo effettivamente evitare di invertire la scala di valori fra due ricercatori, onde evitare ingiustizie, recriminazioni, faide. Stiamo andando a mettere le mani nelle tasche dei docenti italiani, dopo tutto (chissà perché, questa frase mi sembra di averla già sentita). Non dico che debba essere perfetto, ma insomma, quasi.

Dopo cinque minuti mi richiama il ministro: "dimenticavo di dirti che, qualunque cosa tu decida di fare, deve essere a costo zero per il paese: ogni euro speso nella valutazione verrà preso dal Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO)".

Chissà perché, me l'aspettavo.

VALUTARE UN DOCENTE

Un docente viene valutato in base a tre attività fondamentali:

1) Qualità e quantità della didattica.
2) Ricerca.
3) Attività organizzative.

Nell'ultimo punto, per comodità, metteremo tutte quelle attività non direttamente classificabili nei punti 1 e 2, come ad esempio coordinamento di progetti di ricerca, fund raising, editing di riviste internazionali, peer review, organizzazione di conferenze, partecipazione agli organi decisionali dell'Università (riunioni di facoltà, ecc.).

Tutti e tre gli aspetti sono importanti, naturalmente. Per quanto riguarda la didattica, c'è chi dice (ad esempio Perotti, ibidem) che in un sistema universitario funzionante non tocca alle istituzioni valutare puntualmente la didattica, perché il mercato degli studenti valuterebbe da se. Non so quanto questo sia vero, ma il tema è decisamente dibattuto e lo lascerò da parte per il momento.

Il punto 3 è il più controverso. Per esperienza personale si arriva a lotte intestine piuttosto aspre tra dipartimenti scientifici e tecnici (ingegneria in primis) da una parte, che riescono ad attirare fondi in gran quantità da enti pubblici e privati, e dipartimenti umanistici sempre cronicamente a corto di fondi dall'altra. Inserire la voce quantità di fondi di ricerca raccolti nella valutazione di ogni singolo docente potrebbe portare a notevoli distorsioni, oltre che ad asprissime polemiche. Eviterò quindi di prendere per ora in considerazione questa voce.

Concentriamoci quindi sulla ricerca.

LA VALUTAZIONE DELLA RICERCA

"Ci sono ormai metodi accettati a livello internazionale per misurare la produttività scientifica di un ricercatore".

Questa frase è stabilmente sulla bocca di tutti i fautori della meritocrazia (quindi praticamente di tutti). Sembrerebbe quindi un compito banale: usiamo questi benedetti indicatori. Purtroppo pochi di quelli che la pronunciano ne hanno mai visto in faccia uno.

Sostanzialmente, si misurano il numero di articoli pubblicati da un ricercatore su riviste o su atti di conferenze, e il numero di volte che ciascuno di questi articoli è stato citato in articoli simili da altri ricercatori. Il semplice numero di articoli è una mera misura quantitativa, che non dice niente sulla qualità; il numero di citazioni invece indica (o dovrebbe indicare) indirettamente il "gradimento" che ha ricevuto l'articolo nella comunità scientifica internazionale. A partire da queste due misure, si costruiscono indici bibliometrici più o meno complicati. Eccone alcuni qui.

I limiti di questi indici sono notevoli e ben conosciuti. Innanzitutto, la base di dati su cui fare le misurazioni non è univoca. Nelle materie scientifiche c'è ISI. Un altro è Scopus. In economia hanno Econlit. Purtroppo nessuno di questi copre bene Scienze dell'Informazione e Ingegneria. Esistono sistemi "liberi" come Google Scholar o Citeseer. Ma nessuno copre tutto lo scibile umano. E in tutti ci sono errori, omissioni, zone d'ombra. Se due database coprono lo stesso campo, la probabilità che diano la stessa misura sullo stesso ricercatore è praticamente nulla.

Inoltre, campi scientifico/disciplinari diversi hanno regole diverse: in alcuni campi si pubblicano di solito articoli con pochi autori, in altri il numero di autori è di solito elevatissimo. Ci sono campi per cui hanno valore soprattutto le riviste (vedi Economia, ma anche Scienze), mentre in altri campi certe conferenze hanno un prestigio a volte superiore alle riviste (vedi Computer Science & Engineering). Insomma, districarsi è complicato. Si potrebbe pensare un sistema diverso per ogni settore. Già mi immagino il disciplinare: centinaia o addirittura migliaia di pagine di regolamenti! (solo per scriverli ci vorranno anni di lavoro...)

Anche concentrandosi su un campo specifico, ci sono delle difficoltà tecniche non indifferenti. Supponiamo ad esempio di valutare un docente ogni tre anni per gli ultimi 3 anni di pubblicazioni. Se cominciassimo a valutare le mie pubblicazioni a febbraio 2009, prendendo in considerazione il triennio 2005-2008, quasi sicuramente la maggior parte degli articoli avrà un numero di citazioni praticamente prossimo allo zero. Lo so, sono un ricercatore scarso. Ma magari dipende anche dal fatto che, se ho pubblicato un articolo nel 2008, le probabilità che qualcuno lo abbia letto, lo abbia citato in un suo articolo che sia stato poi accettato da un processo di peer-review su un altra rivista e sia stato pubblicato e messo nel database, è praticamente nulla. In genere passano almeno 5-6 mesi dalla scrittura dell'articolo alla sua pubblicazione (e in certi casi si supera abbondantemente l'anno). Peggio: il processo di reviewing ha tempo variabile a seconda del settore! In Fisica sono di solito velocissimi; in Ingegneria sono di solito lentissimi (anche 2 anni).

Bisognerà quindi valutare ricerca più vecchia. Ma così facendo si riduce l'effetto del "premio". Essere premiato oggi per un articolo di 5-10 anni prima può fare piacere, ma forse non funziona tanto bene come meccanismo premiante. Più che altro premierebbe la carriera.

Anche contare il numero di citazioni può essere fuorviante. In alcuni rari casi succede che un articolo riceva un enorme numero di citazioni perché contiene un errore, che tutti citano come da correggere. Non è certo un articolo da premiare. In molti casi, un articolo riceve citazioni "negative" da ricercatori che contestano aspramente il metodo seguito. E' molto comune il caso di articoli che riassumono lo stato dell'arte in un campo: sono citatissimi da tutti, ma non contengono alcun contributo originale.

Inoltre, certi indici si possono in qualche modo manipolare artificialmente. Per esempio mettendosi d'accordo fra due gruppi per citarsi tutti gli articoli a vicenda. È poi pratica comune (e scorretta) in molti dipartimenti che il "capo" firmi comunque gli articoli di tutti i suoi sottoposti, anche se non li ha mai neanche letti. Egli si beccherebbe gli onori (e gli incrementi di stipendio) al pari dei suoi sottoposti, anche non facendo ricerca da decenni. Oppure, un lavoro importante potrebbe essere diviso in più articoli, ognuno propone un piccolo incremento rispetto al precedente. Con un lavoro vengono fuori 5-6 articoli minimo.

L'utilizzo esclusivo di sistemi automatici di misurazione è quindi da sconsigliare. David Parnas lo dice molto francamente in un suo recente articolo ("Stop the numbers game: Counting papers slows the rate of scientific progress.", Communications of the ACM, Volume 50, Number 11 (2007), Pages 19-21, web link):

Paper-count-based ranking schemes are often defended as "objective." They are also less time-consuming and less expensive than procedures that involve careful reading. Unfortunately, an objective measure of contribution is frequently contribution-independent.

e ancora:

The widespread practice of counting publications without reading and judging them is fundamentally flawed for a number of reasons: It encourages superficial research [...] It encourages repetition [...] It encourages small, insignificant studies [...]

e infine:

Evaluation by counting the number of published papers corrupts our scientists; they learn to "play the game by the rules." [...] Those who want to see computer science progress and contribute to the society that pays for it must object to rating-by-counting schemes every time they see one being applied.

In pratica: se utilizziamo esclusivamente sistemi automatici di misurazione, invece di incoraggiare la ricerca di eccellenza rischiamo di incoraggiare ricerca mediocre, o addirittura sporchi trucchetti per manipolare i numeri. Non è certo quello che vogliamo.

Due note prima di passare oltre. Primo: non si sta qui sostenendo che la bibliometria sia una disciplina inutile. Tutt'altro: essa ci da un enorme ed utilissimo supporto per rilevazioni statistiche a livello di paese, o per confrontare istituzioni anche di altri paesi. Anche nella valutazione del curriculum di un docente gli indici bibliografici danno un primo inquadramento, una valutazione di massima. Tale valutazione va però sempre e comunque integrata da un'attenta lettura delle pubblicazioni da parte di esperti del settore, proprio per evitare di prendere cantonate e per scremare il grano dal loglio. Un utilizzo scorretto degli indici bibliografici avrebbe alla lunga effetti negativi sulla valutazione stessa.

Seconda nota: non sembra che al ministero siano al corrente del pensiero di Parnas, dato che hanno incaricato il CUN di studiare modalità per inserire gli indici bibliometrici nei regolamenti dei concorsi!

Con gli indici ci è andata male. Rimane solo il peer-review. Ovvero la valutazione da parte dei "pari". Per ogni docente facciamo una commissione di tre esperti del settore che valutano la produzione scientifica. Mi sembra già di sentirvi: "una commissione per ogni docente? composta da docenti? finirà che tutti valuteranno tutti gli altri! I docenti italiani si valuteranno tutti da soli a vicenda! E quale sarà il risultato più probabile? Si auto-promuoveranno tutti!". Ammetto che il rischio è molto concreto. Potremmo inserire degli esperti stranieri... ma quelli non vengono a fare i valutatori in Italia in cambio di un semplice "grazie tante". Bisognerà pagarli. E poi chi ci assicura che questi stranieri siano bravi valutatori? Dite che bisogna chiamare i migliori? Comincia a diventare troppo costoso.

E poi la valutazione non sarebbe uniforme e oggettiva: ci sono valutatori buoni che tendono a dare sempre buoni voti e valutatori carogna che scarterebbero anche Shannon (è successo veramente!). L'equità andrebbe a farsi benedire. Tanto vale tirare dei dadi.

E allora come si fa? Forse che aveva ragione Perotti?

EPILOGO

"Caro Ministro. L'unica cosa che può funzionare è che ogni docente venga valutato dalla sua stessa Università. Se l'Università riceve i fondi soprattutto in base alla valutazione scientifica della ricerca; e se ogni Università ha libertà di stabilire il livello del compenso dei suoi docenti; i docenti migliori andranno naturalmente dove c'è più possibilità di veder riconosciuta la loro professionalità, e riceveranno naturalmente uno stipendio più alto. L'Università potrà decidere se valutare di più le capacità di fund-raising, o la capacità di creare un gruppo, oppure la produzione scientifica. Il sistema si autoregola."

"Caro Giuseppe, avrai pure ragione, non dico di no, ma se propongo questa cosa qui mi mangiano viva".

"Capisco. E allora lasci cadere la cosa. In fondo sono delle linee guida, no? Non c'è alcun obbligo di trasformarle in legge. Il paese è in recessione, fra un po' se ne scorderanno tutti. Piuttosto, se fossi in lei, spingerei sul pedale della valutazione delle Università. Su quella cosa lì, vedrà, potete farcela."

"Hai ragione, probabilmente lasceremo cadere la cosa. Un sentito ringraziamento per l'ottimo lavoro svolto per il paese e arrivederci!"

"Ehm, mi scusi ministro, ci sarebbe quella cosa del farsi ricoprire d'oro ..."

"Ah, già dimenticavo. Facciamo così, telefona a Giulio, dì che ti mando io."

Mmm, mi sa che butta male. Sarà per la prossima volta.

ULTIM'ORA

Sembra che al ministero lavorino alacremente (dal Corriere.it):

NORME ANTI-«BARONI» - Tra le novità introdotte in commissione al Senato, le norme anti-baroni: è prevista la costituzione di una anagrafe (aggiornata annualmente) presso il ministero con i nomi di docenti e ricercatori e le relative pubblicazioni. Per ottenere gli scatti biennali di stipendio i docenti dovranno provare di aver fatto ricerca e ottenuto pubblicazioni. Se per due anni non ce n’è traccia lo scatto stipendiale è dimezzato e i docenti non possono far parte delle commissioni che assumono nuovo personale. I professori e i ricercatori che non pubblicano per tre anni restano esclusi anche dai bandi Prin, quelli di rilevanza nazionale nella ricerca.

Chissà che ne penserebbe David Parnas...