mercoledì 11 luglio 2007

Jesi sotto le stelle








lunedì 9 luglio 2007

Un lavoratre FIAT...


Si, è un'offesa.Un'offesa all'Italia, ai Torinesi.


A quei poveri dipendenti Fiat che per anni sono stati in cassa integrazione e buttatifuori dalla Fiat.


Un'offesa ad una Fabbrica che un giorno contava 55.000operai e che oggi è ferma a 15.000.Si, un'offesa.Perchè cità e riportaimmagini di un Italia che fu, cercando di trasmetterci la 500 come simbolodi una rinascita, come all'epoca dette lavoro a migliaia di Italiani.


Peccato, caro il mio Luca Cordero di Montezemolo, che la tua 500 lacostruiscono i Polacchi in Polonia e la Polonia, come storia, all'Italia neanche le stringhe gli lega !


Sarei curioso di chiedere a qualche operaioFiat cosa ne pensa a riguardo.


Vergogna.

Il "problema acqua" nel mondo


LA DISPONIBILITA' di risorse idriche e l possibilità di accedervi da parte di tutti sono tra i principali temi trattati al vertice di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile. Ecco i numeri del 'problema acqua' nel mondo.

DOVE SI TROVA: L'acqua copre circa i 2/3 della superficie terrestre, ma la maggior parte di essa è troppo salata per essere utilizzata dall'uomo per fini alimentari o agricoli.Solo il 2,5% dell'acqua, in tutto il mondo, non è salata, ed i 2/3 di essa si trovano ai Poli e nei ghiacciai e sono, quindi, inutilizzabili.

QUANTA NE ABBIAMO E COME LA UTILIZZIAMO: Gli esseri umani hanno complessivamente a loro disposizione lo 0,08 per cento di tutta l'acqua della terra, ma nel prossimo ventennio il consumo di acqua non salata è destinato a crescere almeno del 40 per cento. Il 70 per cento dell'acqua di cui disponiamo viene utilizzato in agricoltura, ma il Consiglio mondiale delle acque sostiene che da qui al 2020 per sfamare il mondo sarà necessario avere almeno il 17 per cento in più dell'acqua attualmente disponibile, diversamente sarà il disastro.
CHI CE L'HA, CHI INVECE NO: Al momento, 968 milioni di persone sono prive di accesso a fonti di acqua pulita; secondo i dati del rapporto 2002 delle Nazioni Unite sullo sviluppo mondiale, il 33% della popolazione mondiale non ha accesso all'acqua potabile. L'Onu si propone di dimezzare entro il 2015 la percentuale della popolazione mondiale che non ha accesso all'acqua. I dati disponibili suggeriscono invece che tale quota è in aumento: se nel 1995 ben 436 milioni di persone in 29 paesi hanno avuto problemi di approvvigionamento idrico, entro il 2025 - stima la Banca Mondiale - questo problema riguarderà 48 paesi, per un totale di 1,4 miliardi di persone.

DOVE MANCA DI PIU': Nel 2035, sempre secondo la Banca Mondiale, 3 miliardi di persone vivranno in Paesi con problemi idrici. In base ai dati del programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente, l'area più colpita sarà l'Asia occidentale, che include la Penisola araba, con oltre il 90% della popolazione senz'acqua. Notevoli le differenze nell'accesso alle risorse idriche tra città e campagne nei Paesi in via di sviluppo. L'Unicef calcola che nell'Africa subsahariana solo il 39% della popolazione dispone di acqua potabile contro il 77% della popolazione urbana.NON SOLO FAME, MA ANCHE SALUTE: L'Organizzazione Mondiale della Sanità stima che il 19% delle morti per malattie infettive sia dovuto alla scarsità di acqua. nel decennio 1980-1990 una nuova teoria di reidratazione ha salvato tre milioni di bam,bini da morte certa per malattie infantili come la diarrea.

COSA SERVE PER RENDERLA DISPONIBILE A TUTTI, COSA SI FA IN CONCRETO: Secondo il programma delle Nazioni Unite per l'acqua (World Water Assessment Programme) ammonterebbero a 180 miliardi di dollari l'anno per trent'anni gli investimenti minimi per garantire la sicurezza idrica a livello mondiale. Attualmente gli investimenti in questo settore sono di 70-80 miliardi di dollari l'anno.

sabato 7 luglio 2007

Una goccia d’acqua



Oggi vorrei parlarvi di, una provincia afroamericana nel nord dell’Ecuador con 77% di popolazione in stato di povertá; 1 bambino su 3 denutrito crónico; il 38% dei bambini al di sopra dei 5 anni é económicamente attivo; un sistema educativo insufficiente tanto che solo il 18% della popolazione accede all’istruzione superiore. Il tutto da aggiungere ad un sistema economico depresso e un panorama político corrotto e constantemente sull’orlo del tracollo. Non so se fa piu male la situazione di per sè o la normalità con cui essa si vive. Perché, senza cercare giustificazioni alle nostre evidenti colpe, capisco che il così detto Primo Mondo si sia adagiato sugli allori, che altro non sono che le teste di milioni di persone. Ma ciò che fa ancor piu male è l’assoluta normalità con cui ad Esmeraldas ci si fa lustrare le scarpe da un bambino, si raccoglie un mendicante morto dopo due giorni, si contratta una prostituta incinta di vari mesi. Per non parlare della disarmante normalità con cui una classe dirigente di stampo simil feudale sta conducendo il paese verso Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti o il Plan Colombia.

Lo stato di negligenza e rassegnazione, locale e globale, che vive questo paese trova espressione solo nelle parole di Edoardo Galeano: l’America Latina un continente dalle vene aperte. Una emorragia costante che non si tenta neppure di tamponare, che ruba forze, energia, vita a questo continente. Perché c’è un’unica soluzione che i paesi dell’America Latina riescono ad adottare: in nome della mancanza di risorse, si svendono le risorse. Esmeraldas, chiamata provincia verde dell’Ecuador, ha dato il via libera alla nipponica EucoPacifico per la piantagione di 2000 ettari di eucalipto, albero totalmente estraneo al medioambiente locale, destinato a prosciugare il terreno in pochissimi anni. 70.000 barili di petrolio ogni anno vengono succhiati, raffinati e poi pompati dalla Petroecuador di Esmeraldas. L’oro nero sfiora la vita degli esmeraldeñi ma senza modificarla: solo il 30% di chi lavora nella raffineria é della cittá e ricopre le manzioni piú basse. Quello che sí rimane é l’inquinamento delle acque e dell’aria che la raffineria provoca. Ad Esmeraldas si produce cacao e si importa cioccolato, si produce zucchero e si importano caramelle, si produce caffé si importano polverine solubili


In questa provincia, come una goccia d’acqua (come diceva madre Teresa: siamo solo una goccia nell’oceano ma se non ci fossimo all’oceano mancherebba questa goccia) è nato un progetto: un dispensario medico nella comunità di Las Penas (provincia di Esmeraldas), una comunità afro la cui economìa di sussistenza è basata sulla pesca di gamberetti. Un dispensario medico di pronto intervento, considerando le distanze dalle strutture ospedaliere.


Luigi Rigamonti



venerdì 6 luglio 2007

Impegno indiscusso


STUDENTE: Nonostante molte persone vogliano sinceramente aiutare gli altri, il loro desiderio viene spesso frenato dalla stessa società. Ciò avviene perché quest’ultima ci ha sempre insegnato a non fidarci degli altri e a saper calcolare le loro mosse. In questo senso, aiutare una persona potrebbe voler dire non pensare a sé stessi e, dunque, risultare più vulnerabili. Penso che la diffidenza della gente risieda proprio in tale modo di pensare. Questo dibattito, però, doveva essere incentrato sul disagio giovanile, mentre adesso stiamo parlando delle persone meno fortunate di noi. A questo punto viene spontaneo chiedersi cosa sia e dove stia realmente il famigerato disagio giovanile.

DON CIOTTI: Si sta discutendo di impegno sociale - o anche del rifiuto di tale impegno - proprio per sfatare quell'immagine che vede nei giovani solo superficialità e disinteresse, il che non è assolutamente vero. Sebbene esistano alcuni ragazzi che vivono nel vuoto - in una condizione di non conoscenza e di passività – molti altri si impegnano sinceramente. A me pare che tu appartenga alla seconda schiera e che ti chieda come fare qualcosa per gli altri. Il problema sta proprio nel fatto che non tutti siamo chiamati a fare tutto. Ognuno ha il suo differente modo di agire e di pensare e vi possono essere delle persone poco adatte ad affrontare problemi come la droga o l’alcolismo, il più delle volte a causa della loro fragilità. Non di rado si può venire travolti da situazioni nelle quali siamo rimasti condizionati. Quando un genitore si preoccupa per i propri figli - sebbene possa esagerare– spesso avviene perché egli scorge in loro una qualche fragilità: se non si opera insieme agli altri si corre il rischio di essere sconvolti da certi fatti. Chi non si impegna su certi fronti non può essere automaticamente tacciato di asocialità o insensibilità: alcune persone possono essere più brave nell’accudire i malati, altri nell’animazione del quartiere, altri ancora nell’attività all’interno della propria polisportiva e via discorrendo. Sebbene occorra conoscere i problemi e agire in profondità, ognuno di noi può esprimersi a modo suo: ogni singolo contributo fa parte di un progetto molto più ampio. Bisogna non solo dare una mano a chi ne ha bisogno, ma anche "stanare" chi è nella passività e nella superficialità, al fine di valorizzare le sue passioni e portarlo a collaborare insieme agli altri. Ovviamente, gli adulti devono lasciare spazio ai giovani: quando cominciai ad occuparmi dei senza tetto, alcune persone mi chiusero la porta in faccia perché mi stimarono incapace di dare una mano ai ragazzi con cui stavo insieme. Bisogna prestare molta attenzione ai progetti portati avanti dai giovani, perché spesso non vengono fornite loro le condizioni per elaborare e mettere in atto le proprie idee: i progetti che ieri portai avanti in certo modo, oggi potrebbe essere organizzati differentemente

martedì 3 luglio 2007

La realtà di korogocho



Korogocho è una delle più grandi, tra le numerose baraccopoli di Nairobi, la capitale del Kenya.E' un'area di 1,5 kmq situata a pochi km dal centro della città.Al suo interno sopravvivono quasi 200.000 persone stipate in baracche di fango e lamiera, quasi sempre prive di energia elettrica, acqua e fognatura.Korogocho è situata, come molti altri insediamenti non ufficiali, su terreno di proprietà del governo ma la maggioranza delle persone che vi abitano deve pagare l'affitto della baracca.Gran parte delle persone che vivono a Korogocho sono sfollati vittime di precedenti sfratti in altre aree urbane di Nairobi e non solo; molti provengono da altre baraccopoli come Dandora, Kibera, Mathare e Pumwani.I redenti non hanno alcun titolo sulla terra dove vivono, hanno soltanto un permesso di occupazione temporanea assegnato dal responsabile del governo per il quartiere.Le baracche sono attaccate le une alle altre, divise soltanto da viottoli angusti che sono, allo stesso tempo, fogna e scolo. Le strade sono impraticabili durante le piogge o estremamente polverose negli altri periodi dell'anno. L'immondizia viene accumulata a lato delle strade dove spesso viene direttamente bruciata.La mancanza di acqua potabile rimane uno dei problemi più gravi di Korogocho, unitamente alla mancanza di infrastrutture, opportunità di lavoro, programmi d'istruzione, elettricità e appropriate misure igieniche.Adiacente alla baraccopoli si trova la collina del mukuru la grande discarica di Nairobi che costituisce una risorsa di sopravvivenza per i molti adulti e bambini che rovistando trovano di che sfamarsi e di che sopravvivere.Chi riesce a sopravvivere deve fare i conti con il problema dell'AIDS e della mancanza di cure mediche adeguate.È una tragedia immensa quella dell’aids in Africa. La conferenza di Durban (Sudafrica), tenutasi agli inizi di luglio, ne ha rivelato tutta la drammaticità. “L’epidemia dell’aids è la peggior catastrofe sociale dopo lo schiavismo – ha affermato la conferenza – è la più seria malattia infettiva di tutta la storia umana”. E il continente più minacciato è l’Africa. Dei 34 milioni di malati di aids, 24 milioni sono in Africa. In Kenya ogni giorno muoiono 500 persone di aids. Il Kenya è al 5° posto nella classifica mondiale. Le conseguenze sono devastanti. In Uganda i morti di aids hanno già lasciato un milione e mezzo di orfani. E tutto questo avviene in un continente dove almeno 300 milioni di persone sopravvivono con meno di 1 un dollaro al giorno! I poveri non possono permettersi il lusso delle medicine anti – aids che i ricchi usano! È questa l’ingiustizia profonda (che fa un male boia!) che si sperimenta a Korogocho. Solo i ricchi possono sopravvivere con l’aids, i poveri sono condannati a morire. È stato questo il lavoro splendido di padre Arcadio Sicher, francescano, che per due anni ha assistito i nostri malati. È stato un dono grande per noi e per la gente.