lunedì 6 ottobre 2008

Riflessioni sul potere in Italia


di Marco Travaglio
(Giornalista)



da L’Unità del 2 ottobre 2008


Non c’è giorno che non ci domandiamo: com’è che ci siamo ridotti così?

Perché ciò che è normale nelle altre democrazie in Italia è eccezionale, e viceversa?

Per rispondere, basta ripercorrere la storia del potere in Italia senza ipocrisie né indulgenze autoconsolatorie.

Senza raccontarci le solite fiabe a lieto fine.

Perché la storia del potere in Italia non ha un lieto fine. E nemmeno un lieto inizio.

Roberto Scarpinato, magistrato siciliano, memoria storica dell’antimafia palermitana (e dunque appena degradato da procuratore aggiunto a semplice sostituto dalla scriteriata riforma Mastella), ha voluto partire dal Principe di Machiavelli per raccontare gli italiani agli italiani in un prezioso libro-intervista a Saverio Lodato: Il ritorno del Principe (Chiarelettere, pp. 347, 15,60 euro).

Lodato gli ha posto le domande giuste, Scarpinato ha dato le risposte giuste.

Non è l’ennesima storia della mafia. E una storia del potere che spiega anche la mafia. Ma anche il declino italiano, di pari passo con l’escalation della corruzione, della malapolitica, della malaeconomia, degli eterni piduismi e stragismi, protagonisti necessari del nostro album di famiglia.

Un libro raro che rivolta la storia d’Italia come un guanto e ne svela il «lato B»: quello che Scarpinato chiama «l’oscenità del potere» nel senso etimologico di «fuori scena»: «Quello degli assassini è spesso il fuori scena del mondo in cui tanti sepolcri imbiancati si mettono in scena».

La mafia militare addirittura come «servizio d’ordine» dei colletti bianchi, “lupara proletaria e cervello borghese”: lasciata senza briglie quando è utile al potere, ma scaricata e potata a suon di retate quando alza troppo la cresta o non serve più.

Il libro sorprende e lascia a bocca aperta.

In un altro paese susciterebbe polemiche e dibattiti furibondi, invece è stato subito avvolto da una coltre di imbarazzato silenzio.

Forse perché rovescia a uno a uno tutti i luoghi comuni, oltre il belletto delle fiction edificanti, quelle che da una parte schierano gli eroi dello Stato e dall’altra, a debita distanza, i mostri dell’Antistato.

Ecco, qui l’Antistato è parte integrante dello Stato.

Qui si parla di «morte dello Stato», della sua progressiva «mafiosizzazione» che rende quasi obsoleta, superata, superflua la violenza della mafia d’un tempo.

Oggi - dice Scarpinato - siamo in piena «post-mafia».

Il «concorso esterno» non è più quello di certi esponenti del potere nei confronti delle mafie: «è quello delle organizzazioni mafiose negli affari loschi di settori delle classi dirigenti».

Di rovesciamenti illuminanti come questo, il libro è pieno.

Si parla di «sicurezza» e si invoca «più carcere»?

Ma «il vero deterrente contro il crimine non è la galera: è la vergogna», che in Italia s’è estinta da un pezzo, anzi è usata per screditare la gente onesta.

Si invoca il «primato della politica»?

Ma nello Stato democratico liberale di diritto il primato è della Legge, cui deve inchinarsi anche la politica.

Si dice che gli italiani hanno la classe politica che si meritano?

No, è la classe politica che ha gli italiani che si merita, avendoli plasmati a propria immagine e somiglianza col controllo militare dei media e della cultura, che ha «azzerato la memoria collettiva».

Le pagine più devastanti sono quelle dedicate agli intellettuali italiani, quasi sempre «organici» al potere, nati e cresciuti come «consigliori del Principe», servili dispensatori di imposture, superstizioni, revisionismi, negazionismi e conformismi, sempre pronti a tradire la missione di coscienze critiche e intenti a giustificare gli abusi del potere.

«Oggi 9 italiani su 10 sono convinti che Andreotti è stato assolto e che la mafia è solo Provenzano».

«All’inizio del processo Andreotti - rivela Scarpinato - la Rai fu autorizzata a riprendere tutte le udienze; ma dopo averne trasmesse due, con audience molto elevata, la programmazione fu cancellata».

Dalle ruberie della Banca Romana al delitto Notarbartolo, dalle stragi dei sindacalisti siciliani all’eccidio di Portella della Ginestra, dall’intrigo del caso Giuliano-Pisciotta alle stragi degli anni 60 e 70, fino ai delitti politici degli anni 80 (terribili le tragedia greche di Mattarella e Dalla Chiesa), ai processi Andreotti, Dell’Utri e Cuffaro, alle bombe politiche del ‘92-’93, mentre lo Stato trattava con la mafia alle spalle dei cittadini in lutto, alla lunga pax mafiosa che dura tuttoggi, Lodato e Scarpinato ci accompagnano passo passo nel retro-bottega dell’ultimo secolo e mezzo di storia patria, in una «stanza di Barbablù» irta di scheletri e fantasmi, segreti e ricatti: segnata da quello che il pm chiama «il rapporto irrisolto fra classi dirigenti e violenza» in un paese dove «la criminalità fa la Storia».

Non è un caso - sostiene Scarpinato - se il Risorgimento, la Resistenza, la Costituente e il biennio magico di Tangentopoli e Mafiopoli sono oggi così impopolari: sono le sole parentesi felici in cui piccole élites liberali consentirono all’Italia di alzarsi in piedi oltre la propria statura media, ai livelli delle vere democrazie, salvo ripiombare regolarmente e rapidamente in balia delle eterne sottoculture autoctone dominanti, tutte autoritarie e illiberali: cattolicesimo controriformista, «familismo amorale», «machiavellismo deteriore» tutto rivolto all’interesse particulare ed «eterno fascismo italiano» scandagliato dai rari intellettuali disorganici come Flaiano, Sciascia, Pasolini e Montanelli.

Per questo la Costituzione va così stretta ai nostri politici, che da vent’anni fan di tutto per riscriverla: nella Costituente, per una provvidenziale «alchimia della storia», dominavano le culture liberali da sempre minoritarie.

Una parentesi eccezionale, miracolosa che partorì una Carta infinitamente più matura dell’Italietta arretrata e contadina del tempo, una «raffinata ingegneria della divisione bilanciata dei poteri» lontana anni luce dalle culture dominanti, tornate subito dopo al potere.

Insomma, uno smoking calcato addosso a un maiale.

Non appena la Costituzione cominciò ad essere attuata fino in fondo, in base ai principi rivoluzionari di solidarietà, di eguaglianza e di legalità, il Principe sentì tremare la terra sotto i suoi piedi e riprese prontamente il sopravvento, «svuotandola dall’interno».

Lo stesso accadde dopo il 1992-’93, quando la legge fu davvero uguale per tutti e dunque il Principe non potè sopportarlo, riportando rapidamente a galla gli eterni don Rodrigo, don Abbondio e Azzeccagarbugli. I tre santi patroni nazionali.

Amarissime, a tal proposito, le pagine sulla normalizzazione della Procura di Palermo, quando a Caselli subentrò Piero Grasso.

Qualche spiraglio resta aperto alla speranza. Mai illusoria o consolatoria. Responsabilizzante.

Scarpinato la coglie nel raro protagonismo civile degli italiani che rifiutano il rango di sudditi: i girotondi di qualche anno fa, le recenti manifestazioni in difesa di De Magistris in Calabria, la rivolta giovanile di Addiopizzo a Palermo e quella di parte della Confindustria siciliana contro il racket.

E indica una strada: cercare e pretendere sempre la verità.

Cita l’indovino Tiresia sulle rovine di Tebe, corrotta e malgovernata: «L’offesa alla verità sta all’origine della catastrofe».

Tiresia era cieco, ma vedeva tutto. I tebani avevano ottima vista, ma non vedevano più nulla.

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