venerdì 20 giugno 2008

Informare alla legalità



Riporto qui il discorso fatto in occasione dell'incontro con Marco Travaglio:

Questo è il 5 appuntamento delle vie della legalità e iniziamo a tirare le somme di questo percorso fatto insieme.

Il tutto è partito a dicembre con le conversazioni sulla giustizia con il magistrato Gherardo Colombo, poi l’intervento del sostituto procuratore di Torino Bruno Tinti che ha presentato il suo libro Toghe rotte, quindi l’incontro con il costituzionalista Michele Ainis e più recentemente lo spettacolo di Daniele Biacchessi e la gang che ci hanno raccontato il loro paese della vergogna.

Abbiamo preso a cuore il tema della legalità, poiché riteniamo che tale questione si intrecci con le maggiori problematiche sociali- economico- politiche del nostro paese e perché, abbiamo riscontrato anche nel quotidiano un’indifferenza che talvolta sfocia in un disprezzo rispetto alle regole fino a confondersi con una grave carenza di senso civico.

Dopo magistrati, professori, attori e musicisti abbiamo ritenuto inserire un giornalista e la scelta non casuale è ricaduta su Marco Travaglio che da anni si impegna per informare alle legalità per l’appunto.

Egli rappresenta per noi un simbolo di quel giornalismo che fonda le sue radici su Enzo Biagi e Indro Montanelli e trova tutt’oggi espressione in persone come Saviano, Abbate, Rosaria Capacchione, Milena Gabanelli e tanti altri che si impegnano tutti i giorni per garantirci informazione.

IL compito di un giornalista libero è raccontare i "fatti", cioè l’unica "verità", che è ciò che è verificato e verificabile per mezzo di documenti la cui esistenza non è possibile negare né ignorare; non è compito del giornalista, tanto meno del giornalista libero, seguire le opinioni, o l'ideologia, più gradite a questo o a quel gruppo politico, economico, finanziario, né tanto meno fare congetture o formulare ipotesi non suffragate dalla documentazione a disposizione.

Nel 1 incontro Gherardo Colombo ha sottolineato l’importanza del potere mediatico oltre a quello legislativo giudiziario ed esecutivo, come il 4° potere. E proprio perché l’informazione può essere elevata e rango di potere deve essere ben distinta e soprattutto indipendente dagli altri 3 poteri.

Non avendo un rapporto diretto con le istituzioni per noi cittadini, un informazione corretta e imparziale è l’unico modo per controllare e valutare chi ha ricevuto il nostro consenso.

Purtroppo sappiamo tutti che ad oggi le cose non stanno così. I fatti di questi ultimi giorni lo confermano. L’informazione è poco soventemente lasciata libera.

Ma questa mancata distinzione non deve essere per noi una scusante nell’ignorare o ancora peggio nel non applicare la legge al contrario Le vie della legalità devono essere percorse con coerenza non solo da coloro che ci governano e che ci rappresentano nelle istituzioni ma anche quotidianamente da noi che, in qualità di cittadini, abbiamo il dovere e la responsabilità civica e morale di tracciare delle impronte significative su questa via.

Coerenza e quotidianità queste sono le due parole che vorrei sottolineare.

Questo incontro vuole essere un forte stimolo che spero tutti noi avremo modo di coltivare e di portaci appresso non solo in questo momento specifico di dibattito e di riflessione ma anche se costa fatica coerentemente nelle vicende della nostro quotidiano.

Vorrei chiudere citando le parole di don ciotti:

“La legalità, il rispetto delle regole che valgono per tutti, è proprio la saldatura tra la responsabilità e la giustizia, tra la tua responsabilità, tra il tuo fare, tra i tuoi doveri, tra il tuo metterti in gioco, la legalità incomincia dalla tua responsabilità, io dalla mia evidentemente.

E' questa saldatura con la giustizia e noi chiediamo allo Stato, alle istituzioni, alle amministrazioni di fare la loro parte.

Ma vi prego non chiediamo allo Stato e alle istituzioni di fare la loro parte se noi come cittadini incominciamo a non fare la nostra parte, perché è troppo facile!
Dobbiamo sporcarci noi queste mani che cominciano dai nostri stili di vita, dai nostri comportamenti e guardate che questa è una parte importante.”

martedì 17 giugno 2008

Gli insabbiati

di redazione
Luciano Mirone è un giornalista d'inchiesta, della diaspora dei "Siciliani" di Pippo Fava. Ha appena aggiornato e ripubblicato con l'Editore Castelvecchi un suo libro straordinario: "Gli insabbiati- Storie di giornalisti uccisi dalla mafia e sepolti dall'indiferenza". Mirone ha svolto un'inchiesta approfondita sulle storie sepolte e trascurate degli otto cronisti uccisi in Sicilia da mafia e terrorismo e le racconta racconta con bello stile e passione umana. Il libro dice cose che molti non sanno, ci richiama al dovere della memoria, mostra cosa si può fare in concreto, e spesso non si fa, per coltivare il ricordo di chi - nel nostro Paese e non in lontane zone di guerra - per dare notizie scomode, sgradite, si è giocato la vita, si è scontrato col minotauro della censura che purtroppo tuttora scorazza minaccioso nel labirinto dell'informazione.

Proponiamo l'introduzione vibrante di sdegno civile di Rita Borsellino.


Prefazione di Rita Borsellino

Sono felice che “Gli Insabbiati” venga ristampato. E che sia ristampato oggi, a 100 anni dalla nascita della Federazione nazionale della stampa ed in un momento tanto delicato per l’informazione siciliana. Delicato per due motivi: non solo perché nel nuovo processo di ribellione sociale alla mafia e al suo controllo che è in corso in Sicilia, l’informazione è chiamata ad avere un ruolo importante; ma anche perché negli ultimi anni e ancora di più negli ultimi mesi, le intimidazioni a giornalisti impegnati sul fronte della denuncia, sono tornate a farsi sentire con insistenza anche in quei casi in cui il giornalista si è limitato a pubblicare atti processuali, dunque a svelare qualcosa che era già stato svelato anche se solo dentro le aule del tribunale. Cosa significa tutto questo? Significa che la parola e l’informazione restano una delle armi più temute dalla criminalità. Più temute persino del sistema della Giustizia, le cui falle la mafia ha imparato a conoscere e sfruttare a pieno. E significa anche che senza un’informazione libera e attenta è difficile costruire, ottenere, avere una coscienza sociale altrettanto libera e attenta.

Raccogliere le storie di 8 cronisti siciliani, metterle in sequenza, una dietro l’altra seguendo un percorso ideale nel tempo e nello spazio di quest’isola, serve a trovare un filo conduttore e a sottolineare con forza, dirompente, la potenza di uno strumento come la stampa e l’importanza della professione del giornalista che ha il compito di mediare, filtrare, leggere ciò che accade. Ed il dovere di farlo bene, cercando la verità e non accontentandosi di quella che gli viene servita.

Ma non è solo questo il merito de Gli Insabbiati, perché ripercorrendo la vita di Mauro De Mauro, Giuseppe Fava, Mario Francese, Mauro Rostagno, Cosimo Cristina, Peppino Impastato, Giovanni Spampinato e Beppe Alfano, Mirone ripercorre la storia di quest’isola e sottopone al lettore un interrogativo inquietante, lo stesso che mi insegue e a cui cerco risposta da anni: cosa si nasconde dietro le morti eccellenti siciliane? E perché in molti di questi casi non si riesce mai ad individuare i mandanti? Nelle pagine di questo libro non c’è solo cronaca e neppure solo storia c’è la ricerca appassionata della verità. C’è la voglia di spalare via, lontano, la sabbia dell’indifferenza che per troppo tempo ha coperto queste morti. La ricerca di Mirone abbraccia 30 anni di Sicilia compresi gli anni della Guerra fredda in cui, dice bene l’autore, “l’isola diventa terra di intrighi sotterranei e di accordi perversi fra Stato e Antistato su cui non si è ancora scritta tutta la verità”. Un’indagine la sua, che parte dagli anni ’60 quando viene ucciso Cosimo Cristina e la sua morte viene “travestita” da suicidio e arriva al ‘93, l’anno dell’uccisione del cronista di Barcellona P. G., Beppe Alfano.

Ma per me rileggere questo libro a distanza di tanti anni ha anche un significato in più. E’ ritrovare le ragioni di una scelta di impegno e ripercorrere tanti momenti della mia vita. Rileggere le parole di Giulio Francese quando racconta del padre e della sua sensazione di essere in pericolo, di avere ormai poco tempo, è tornare indietro al 92 quando Paolo mi diceva, ci diceva “devo fare presto” ed usava espressioni come “quando mi uccideranno..”.

Rileggere alcuni racconti di Felicia Impastato che oggi non c’è più e che con il suo amore di madre è riuscita a fare aprire un processo sull’uccisione di Peppino, significa ritrovare il sorriso forte e la passione di una donna straordinaria con cui tante volte ho condiviso sensazioni e speranze.

E così è per Claudio Fava che di Giuseppe ha raccolto l’eredità e la capacità di comunicare. C’è in questo libro oltre alla vita di questi straordinari cronisti, la Sicilia che non si vuole rassegnare. La Sicilia che in questi anni, dalle macerie degli omicidi eccellenti e delle stragi, è nata e ha costruito speranza. C’è lo spirito delle testate giornalistiche che hanno fatto la storia dell’informazione palermitana, come l’Ora. E c’è Luciano Mirone, cronista siciliano innamorato della sua terra e della sua professione che, se svolta bene, riesce a costruire il cambiamento. E non sulla sabbia.

lunedì 16 giugno 2008

Informare alla legalità - incontro a Jesi con Marco Travaglio



Continua L'appuntamento con "le vie della legalità"
"INFORMARE ALLA LEGALITA'"
incontro con MARCO TRAVAGLIO
presenta Valentina Conti
modera Matteo Secchi


L'appuntamento è per giovedì 19 giugno in Piazza della Repubblica alle ore 21.15

"Le vittime della censura non sono soltanto i personaggi imbavagliati per evitare che parlino.

Sono anche, e soprattutto, milioni di cittadini che non possono più sentire la loro voce per evitare che sappiano"

Marco Travaglio

Marco Travaglio è nato a Torino nel 1964. Conseguita la maturità classica al Liceo Salesiano Valsalice di Torino si è laureato prima in Lettere con indirizzo moderno e settore storico, e poi in Storia contemporanea presso l'Università degli studi di Torino.

Ha cominciato la propria attività come giornalista free lance in piccole testate di area cattolica, come "Il nostro tempo". Con lui c'era anche Mario Giordano:
Collabora a Wikiquote « Me lo ricordo. Arrivò tutto bello grassottello da Canelli con le guanciotte bianche e rosa. Era bravo. »


Lì conobbe Giovanni Arpino che, nell'ottobre del 1987, lo presentò a Indro Montanelli il quale, alla vigilia di Pasqua del 1988, lo chiamò a collaborare al Giornale:
Collabora a Wikiquote « Gratis, naturalmente. Anzi dovrai versarmi qualcosa tu per l'onore che ti faccio »


Ricorda Travaglio:
Collabora a Wikiquote « Ho fatto l'abusivo al Giornale come vice-corrispondente da Torino dall'87 al '92. Il corrispondente era Beppe Fossati, bravo e simpatico, ma con poca voglia di lavorare. A volte scrivevo pure i suoi articoli e lui mi dava cinquantamila lire al pezzo. »


Quando, nel 1994 Montanelli lasciò il quotidiano che aveva fondato venti anni prima, lo seguì, con altri cinquanta redattori, nella breve esperienza de La Voce.

La sua principale area di interesse è la cronaca giudiziaria, dalle questioni legate all'antimafia, ai fenomeni di corruzione, a partire dalla cosiddetta inchiesta Mani pulite, sviluppata sotto forma di indagini e raccolte storico-giornalistiche. Più di una volta i suoi articoli hanno suscitato le ire dei politici, spesso senza distinzione di schieramenti. Tra i suoi "nemici giurati" c'è Massimo D'Alema, che non gli perdona le accuse alla"Sinistra degli affari, entrata in parlamento con le pezze al culo per uscirne milionaria", tanto da etichettarlo come "spazzatura" in una trasmissione televisiva. Durante la trasmissione "Otto e mezzo" di Giuliano Ferrara, l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha detto a proposito di Marco Travaglio: "Travaglio ha tutta la prepotenza e l'arroganza del fascista". Fausto Bertinotti ha detto che Travaglio gli fa venire l'orticaria, mentre Berlusconi, in una puntata di "Porta a Porta" ha detto che "Travaglio è un animale a se stante". Ma le critiche di Marco Travaglio spesso si rivolgono anche ai suoi colleghi: ha definito "Porta a Porta" un'arma di distrazione di massa e "Ballarò" un programma a sovranità limitata. Mentre di Gad Lerner ha detto che "Gad ha tanti pregi ma non il coraggio".

Prima del 2001 ha pubblicato sul settimanale il Borghese, in versione integrale e a puntate, le intercettazioni telefoniche fatte dalla polizia al movimento Lotta Continua (inclusi Gad Lerner, Giuliano Ferrara, Andrea Marcenaro e Luigi Manconi) il giorno seguente l'arresto di Adriano Sofri per l'accusa dell'Omicidio Calabresi. Secondo Dagospia, "nei nastri registrati dall'autorità giudiziaria se ne sentono di tutti i dolori e colori. Tale iniziativa ha causato insofferenza nei confronti del giornalista da parte di numerosi ex movimentisti di allora, ivi incluso Flores d'Arcais.[1]

Il 14 marzo 2001 durante un'intervista nella trasmissione Satyricon, ideata e condotta da Daniele Luttazzi, presenta il suo libro L'odore dei soldi, due mesi prima delle elezioni, successivamente lo showman che lo aveva ospitato viene allontanato dalle reti televisive. L'intervista scatenò dieci citazioni a giudizio intentate nei confronti del giornalista, tutte quelle arrivate a giudizio risoltesi con l'assoluzione per l'imputato e la condanna dei querelanti al pagamento delle spese processuali.

Dal 14 settembre 2006 è ospite fisso nella trasmissione di approfondimento giornalistico Anno Zero, condotta da Michele Santoro, dove conduce una rubrica dal titolo Arrivano i mostri.


sabato 14 giugno 2008

Mancuso: così Berlusconiè ricattato da Previti

Il documento in otto punti consegnato
dall'ex ministro al presidente Casini
Mancuso: così Berlusconiè ricattato da Previti

di GIUSEPPE D'AVANZO


ROMA - Filippo Mancuso li definisce "i fatti dimostrativi circa i rapporti fra Silvio Berlusconi e Cesare Previti". Otto "fatti" che, secondo l'ex Guardasigilli e transfuga di Forza Italia, sostengono l'accusa lanciata il 20 settembre nell'aula di una commissione Giustizia alle prese con la "legge Cirami". Suonava così, la denunzia: "Il presidente Berlusconi non è psicologicamente e moralmente libero (...) Dica Berlusconi che io sto mentendo quando asserisco che egli non è libero davanti a Cesare Previti, e che non è libero così nel Parlamento e nel Paese di svolgere moralmente il proprio compito".Gli otto "fatti" sono contenuti nel documento che l'onorevole ha consegnato al presidente della Camera Pierferdinando Casini al termine del suo intervento. Qui di seguito ne pubblichiamo una sintesi.1. Via del Plebiscito. "Nel pomeriggio del 28 giugno 2000 - scrive Mancuso - vengo inaspettatamente chiamato nello studio di Berlusconi, in via del Plebiscito dove trovo presenti Pisanu, Letta e, mi pare, saltuariamente Paolo Bonaiuti. L'esigenza di questa riunione nasceva da due telefonate ricevute da Berlusconi: la prima, da parte di Giuliano Amato, allora presidente del Consiglio, e l'altra da parte dell'on. Fassino, ministro di Grazia e Giustizia, entrambe aventi ad oggetto l'amnistia e/o condono, allora attuale per molteplici ragioni (ricorrenza giubilare, sollecitazioni vaticane, situazione penitenziaria...).La seconda conversazione telefonica approda alla conclusione che il giorno dopo vi sarebbe stato un incontro ufficioso sul tema fra Berlusconi e Fassino. Dopo di che vengono decise subito due cose: che sarebbe stato esclusivamente il sottoscritto ad accompagnare Berlusconi all'incontro, e che noi due ci mettessimo subito al lavoro per la preparazione della necessaria piattaforma propositiva della questione. (...)


Mentre è in corso la consultazione preparatoria tra me e Berlusconi, fa ingresso nello studio Letta, il quale, evidentemente nella veste di chi filtra le telefonate, dice così: "Presidente, c'è per te al telefono Cesare Previti che vuole parlarti subito". Mai avrei immaginato di ascoltare il formalissimo Berlusconi esplodere in una così furiosa reazione verbale negativa, una vera e propria esplosione di insofferenza e di stanchezza psicologica sigillata dal seguente ordine di servizio per Letta: "Digli, a questo signore, che non voglio assolutamente né vederlo, né sentirlo, neanche per telefono. Basta! Basta! Non si faccia vedere!". (...)Vedo allora Letta, evidentemente non persuaso, avanzare subito il seguente invito: "Presidente, ascoltami, è meglio per tutti che tu gli risponda, è assolutamente necessario farlo. Vieni al telefono e rispondigli". Il presidente esegue l'invito con l'aria di sentirlo alla stregua di una "proposta che non si può rifiutare". Il breve colloquio telefonico seguitone non saprei dire quale risultato abbia poi avuto. Sta di fatto però che, conclusolo, Berlusconi ancora in preda a forte agitazione, torna a sedersi davanti a me e parla come segue: "Scusami, Filippo, hai capito quali sono i miei rapporti con Previti? Non mi lascia in pace; a suo tempo per il ministero di Grazia e Giustizia, e via via un'infinità di pretese incessanti nella stessa materia. Ricordalo!"".2. Michele Saponara. "Nel corso della presente legislatura, per ben due volte, questo collega deputato, onestamente attento al divenire "dell'eterna questione Berlusconi-Previti", mi dice di sapere per certo che la preoccupazione di quest'ultimo (Previti) intorno alle note procedure di Milano era giunta a un tale punto di esasperazione da inviare all'altro (Berlusconi) una missiva di certissimo contenuto ultimativo. Nella quale, Previti latineggiava il seguente allusivo avvertimento: Simul stabunt simul cadent".3. Gaetano Pecorella. "Siamo al vicino tempo della discussione alla Camera del disegno di legge sulle rogatorie. Io più volte mi lamento della eccessiva rigidità delle posizioni di Forza Italia sugli emendamenti dell'opposizione. Mi sento contestare con concetti del genere: "Letta non vuole, Letta ha telefonato dicendo che la materia, per noi, è bloccata". Ciò essenzialmente ad opera della coppia danzante Elio Vito e Antonio Leone, capogruppo e vice capogruppo di F.I. alla Camera (...)In occasione di uno di tali miei dissensi, Gaetano Pecorella, presidente della commissione Giustizia, con irritazione e preoccupazioni visibili, mi partecipava di sua iniziativa un suo stato d'animo: "Non ne posso più dell'avvocato Previti, che parrebbe l'unico avvocato esistente; non mi dà pace con le sue continue pressioni, che talvolta accompagna con la inverosimile asserzione che io, con la pretesa fiacchezza nella conduzione del mio ruolo, starei dimostrando di 'volerlo in galera'." Gli chiedo perché non liquida la questione. Pecorella mi ribatte: 'E' molto difficile, tu sai chi c'è dietro, c'è Berlusconi'".4. Iole Santelli. "Non si voglia ritenerla cosa inelegante, ma ai fini della pienezza del quadro di subordinazione di Berlusconi è impossibile non tener conto della vicenda assai imbarazzante della nomina all'alta responsabilità di sottosegretario alla Giustizia di una giovane semisconosciuta neoparlamentare (Iole Santelli), già interna allo studio Previti. Pacificamente e all'evidenza trattasi di nomina proposta da Berlusconi, ma di esclusiva provenienza e diretto interesse previtiani, solo queste essendo le credenziali per tali designazione e nomina".5. Il giudice costituzionale. "Durante la primavera di quest'anno, Berlusconi abbandona la sua stessa personale designazione (Filippo Mancuso, ndr). Ne segue la surrogazione di tale candidatura con quella di un intimo, attuale e continuativo sodale professionale dello studio Previti (Romano Vaccarella, ndr): surrogazione da quest'ultimo prima ventilata e poi chiaramente comunicata al sottoscritto. Si tratta di una designazione anch'essa voluta dal predetto personaggio (Previti) e formalizzata in un repentino e notturno mutamento di linea da parte di Berlusconi il quale, poi, una volta raggiunta la elezione del neo designato, non esita a dar fuori con una esclamazione piuttosto confessoria ("E' andata bene!") pronunciata addirittura nella solenne sede del Quirinale".6. La legge Cirami. "La vicenda è ancora in atto. Senato e Camera sono stati e sono da mesi alla frusta di una cosiddetta "urgenza e necessità", l'una e l'altra artificiose e strumentali. Motivo reale e determinante di cosiffatto andamento: il dover consegnare a tutti i costi il "prodotto finito" (...) Un "prodotto finito" mirato alla specifica finalità di avvantaggiare i processi milanesi dell'on. Previti, finalità purtroppo forte dell'indispensabile via libera del titolare unico del potere formale di comando politico, cioè Berlusconi".7. Cronologia. "La semplice cronologia costituisce un elemento anch'esso probatorio.1 marzo 2002: istanza alla Cassazione per la remissione del giudizio per Previti.30 maggio/3 luglio, la Corte di Cassazione accetta di sollevare la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 45 (remissione).5 luglio, viene presentato il disegno di legge Cirami al Senato.31 luglio, Berlusconi asserisce di non conoscere il motivo dell'urgenza.1 agosto, il Senato approva il d.d.l Cirami.30 agosto, Berlusconi muta d'avviso, senza mai fornirne una giustificazione, e dichiara che la Cirami costituisce una urgente priorità politica e istituzionale del governo. La logica espressa da questa cronologia non potrebbe essere più stringente di com'è nel confermare il sistema di sbarramento apprestato da Previti".8. Scioglimento delle Camere. "Tali minacce sono pervenute sia dal presidente della commissione Giustizia Pecorella sia dallo stesso presidente del Consiglio. Il senso di tali minacce è quello di una intimidazione ripetuta, a carico dei parlamentari che si apprestano a votare o a rivotare la materia, a temere le conseguenze di un eventuale rigetto della Cirami, vale a dire lo scioglimento presidenziale della Camere. Minacce, inaudite e irresponsabili, che sottintendono la possibilità che la maggioranza scontenta imponga al presidente della Republica di compiacerla con l'immediato esercizio del potere di scioglimento. Nessuno, tra gli eccessi di questa vicenda, dimostra più di questo l'intensità e la spregiudicatezza dell'interesse messo in campo".(26 settembre 2002)

venerdì 13 giugno 2008

Intervista di Peter Gomez a Bruno Tinti

da L’Espresso del 19 giugno 2008
Argomenti pretestuosi. Dati falsi o infondati. Così la politica dà l’assalto alle intercettazioni. per imbavagliare le indagini, sottrarsi al controlli e coprire i comportamenti illegali. Parola di pm.Spesso la tutela della privacy rappresenta solo la tutela dei propri panni sporchiI costi? La verità è che con le intercettazioni lo Stato ci guadagna oppure va in pari.Era nel suo programma e Silvio Berlusconi lo ha ribadito a Santa Margherita Ligure tra gli applausi scroscianti dei giovani della Confindustria: intercettazioni d’ora in poi consentite solo nelle inchieste di mafia e terrorismo e cinque anni di carcere per i giornalisti che le dovessero pubblicare.La grande controriforma del Cavaliere avanza a passi veloci verso il Consiglio dei ministri in cui il Guardasigilli Angelino Alfano la tradurrà in disegno legge.La maggioranza però non è compatta.La Lega vuole che gli ascolti restino anche per altri reati, a partire da quelli di corruzione e concussione. An nicchia.Su un punto però in Parlamento e al Quirinale tutti, o quasi, sono d’accordo: in Italia s’intercetta troppo, si spende troppo e si viola troppo la privacy dei cittadini.Per questo il presidente Giorgio Napolitano invita ad approvare una legge condivisa trovando porte spalancate anche nel Pd.Ma davvero esiste in Italia un’emergenza intercettazioni?“L’espresso” ne ha discusso con un tecnico, il procuratore aggiunto di Torino Bruno Tinti, autore tra l’altro del bestseller “Toghe rotte. La giustizia raccontata da chi la fa”, 100 mila copie vendute che illustrano bene le cause del mal funzionamento dei tribunali in Italia.E, dati alla mano, ha scoperto che le cose stanno in maniera molto diversa, rispetto a quanto ripetuto nelle aule parlamentari.Per Tinti, infatti, questa lotta alle intercettazioni non è altro che la decisione di parte della classe politica e dirigente italiana di sottrarsi al controllo di legalità.Perché tutti gli argomenti utilizzati per giustificarla sono infondati o falsi ...Ma come? Il ministro Alfano afferma che da noi s’intercettano ogni anno più di 100 mila persone, è un numero enorme ...«Sì, ma si tratta di un dato non veritiero. Perché si fa confusione tra utenze ed utenti.Un conto sono gli apparecchi messi sotto controllo, che possono benissimo essere 100 mi-la, e un conto è il numero degli intercettati.A Torino, per esempio, mediamente si mettono sotto, come diciamo in gergo, dieci utenze a persona».Cioè controllate anche i familiari e amici? Mi pare grave ... «Ma no! Il fatto è che chi delinque sa benissimo di poter essere intercettato.E allora non utilizza il proprio telefono ufficiale per le attività criminali.Noi quindi andiamo a caccia dell’apparecchio buono.Partiamo da quello che conosciamo, spesso la sua utenza fissa, la ascoltiamo e se nel giro di due o tre giorni capiamo che non è giusto, lo molliamo e passiamo agli altri.Così, di telefono in telefono, arriviamo a trovare quello esatto.Le prime intercettazioni, quelle che gonfiano le statistiche, durano pochissimo.Nel caso degli spacciatori, poi, è prassi che ciascuno di essi utilizzi più schede telefoniche o contemporaneamente o in successione».Però l’aumento delle intercettazioni c’è stato: le utenze messe sotto controllo durante il 2003 erano 78 mila. Oggi sono 125 mila ...«Sì, ma è falso che si tratti di una crescita abnorme.Anche in questo caso, come quando si dice che buona parte del Paese è intercettata, si dice una cosa non vera.E per rendersene conto è sufficiente osservare i dati: la curva dei telefoni in uso cresce di anno in anno e così cresce anche quella delle intercettazioni.Ma la seconda curva sale meno della prima. E anzi molto più bassa».Per lei le critiche insomma arrivano da chi non conosce la situazione ...«O fa finta di non conoscerla.Basta guardare un’altra curva, quella dei reati.Nel 2007 erano circa tre milioni, con un aumento del 5,15 rispetto l’anno precedente.Ebbene la curva dei reati e quella delle intercettazioni sostanzialmente coincidono, perché se aumentano i reati aumentano gli ascolti.Ma allo stesso modo, non in misura maggiore».Quindi non c’è l’abuso denunciato dalla politica?Guardi, noi a Torino noi ogni anno apriamo circa 200 mila fascicoli d’indagine, 25 mila dei quali sono contro indagati noti. Ebbene solo in 300 fascicoli vengono richieste intercettazioni».Sì, però da più parti si fa notare che vi occupate poco della delinquenza comune, e molto di quella che riguarda le classi dirigenti. In fondo è proprio così che un magistrato finisce sui giornali ...«Quando leggo certe cose, mi arrabbio davvero.Le spiego esattamente cosa accade qui, premettendo che i nostri numeri sono so-stanzialmente speculari a quelli nazionali.Ebbene, quei 300 fascicoli nei quali si fa ricorso alle intercettazioni, magari contro più persone, sono suddivisi così.Il 50 per cento riguardano il traffico di droga.Il 15 per cento omicidi consumati o tentati e reati contro la persona.Un altro 15 per cento attiene poi alla criminalità organizzata».E il resto? Tutte intercettazioni di colletti bianchi?«Macché. Sul 20 per cento che rimane la metà è rappresentata da fascicoli a tutela delle cosiddette fasce deboli: parlo di violenze sessuali odi pedofilia.Solo con le intercettazioni si possono trovare prove che reggano le verifiche dibattimentali.Il disegno di un bimbo che racconta la violenza subita basta per aprire un’inchiesta, non per arrivare a una condanna.I fascicoli riguardanti i reati contro la pubblica amministrazione e contro l’economia sono pochi: insomma, solo un trentina su quei 300».Ma al di là dell’utilità, c’è il problema dei costi. Alfano dice che per le intercettazioni va via il 33 per cento delle spese di giustizia.«Altra cosa non vera.Nel 2007 lo Stato ha messo a bilancio per la giustizia più di 7 miliardi e mezzo di euro e ne ha spesi 224 milioni per gli ascolti.Si fa confusione tra il budget complessivo del ministero e una delle sue voci, le “spese di giustizia” appunto, che ricomprendono anche i compensi a periti e interpreti, le indennità ai giudici di pace e onorari, il gratuito patrocinio, le trasferte.E poi non si dice che con le intercettazioni lo Stato ci guadagna o va in pari».Come ci guadagna?«Pensi a quello che accade con quel 10 per cento di ascolti dedicati alla criminalità economica e finanziaria. Per scoprire il cosiddetto carosello Iva (le truffe sui rimborsi Iva) e le fatture false non bastano purtroppo le verifiche della Guardia di finanza.La contabilità è infatti sempre perfettamente in ordine.Senza intercettazioni noi come facciamo a dimostrare che quelle fatture, transitate per una società ungherese per poi andare nel Dubai, sono false?E come facciamo a scoprire i ritorni in nero e sequestrare il denaro?A Milano i miei colleghi nell’inchiesta sulle cosiddette scalate bancarie hanno speso 8 milioni di euro.Ma già oggi i 64 indagati, per ottenere di patteggiare, di milioni ne hanno versati 340.E parte di quel denaro è stato messo a bilancio dallo Stato per la costruzione di nuovi asili».Ma i costi si possono comunque ridurre?«Certo e lo si sta già facendo, anche se si potrebbe fare molto di più».Come?«Una parte significativa delle spese è dovuta ai soldi che lo Stato versa alle società di gestione telefonica per noleggiare le linee.Ma i gestori, parlo di Telecom, Wind, Vodafone e gli altri, sono aziende che operano in regime di concessione e che guadagnano molti soldi.Allora qualcuno mi vuol far capire perché lo Stato non inserisce nei contratti una clausola che preveda assistenza gratuita, o quantomeno a prezzi molto bassi, per le intercettazioni?».In ogni caso solo poco più del 20 per cento dei soldi spesi sono imputabili al noleggio linee ...«Sì, e infatti c’è anche un’altra follia.Il ministero noleggia tutti gli impianti, le microspie, i sistemi di localizzazione satellitare.C’è da chiedersi perché non se li compri. O almeno perché le cimici, i Gps e le microcamere non vengano acquistate dal ministero degli Interni che dovrebbe fornire alle forze di polizia tutti gli strumenti utili alle indagini».Dicono che l’innovazione tecnologica è tale da rendere impossibile per lo Stato starle al passo ...«E chi se ne importa!Un apparato completo per le intercettazioni come quello che utilizziamo a Torino costa più o meno 2 milioni di euro.Solo che noi lo noleggiamo e così di milioni all’anno ne spendiamo quattro.Insomma l’hardware di questo tipo si ammortizza in sei mesi.E visti i prezzi, una volta acquistato si potrebbe benissimo cambiarlo ogni due anni – cosa che oggi non avviene – continuando a risparmiare.Ma non basta, perché con un apparato simile noi potremmo effettuare intercettazioni per tutte le procure del Piemonte.Ma per farlo bisogna centralizzare i punti d’ascolto».Intanto però le indagini diventano intercettazioni-dipendenti. È stato dettoche la polizia non sa più fare i pedinamenti.«Mi pare logico: la criminalità usa i telefoni satellitari e i computer e noi li seguiamo a piedi.Anche negli ospedali oggi si usano le Tac e nessuno si lamenta per il declino dello stetoscopio ...Ma come si fa a dire una cosa del genere?».Resta la questione della privacy, delle storie personali che finiscono sui giornali anche se non ci sono reati.«Guardi, se analizziamo quanto è accaduto in questo paese ci rendiamo conto che quello della privacy è un discorso finto, utilizzato da chi nella classe politica e dirigente vuole semplicemente nascondere le proprie malefatte.Pensi che, come esempio di privacy violata, viene spesso citata la pubblicazione di un sms di Anna Falchi.Voglio dire: c’è una signora, che si è tolta le mutande in diretta televisiva, la quale si lamenta perché è stato intercettato un messaggio in cui diceva “tanti baci caro, ti amo”.Certo, si poteva benissimo evitare di pubblicarlo, ma siamo seri, non mi pare che questo sia il punto».E allora qual è, secondo lei?«È una questione di costi e benefici.Se vogliamo combattere il crimine bisogna accettare l’intromissione nella sfera privata di pochi cittadini.Per fare la frittata, cioè arrestare un assassino o un corrotto, bisogna rompere le uova».Ma la pubblicazione di fatti privati non attinenti alle indagini, è un problema ...«Sì e lo si può risolvere. Ma la verità è che sui giornali non avviene quasi mai una violazione ingiustificata della privacy.Questa si verifica solo quando vengono resi noti farti privati di persone verso le quali non esiste un interesse pubblico.La storia di corna del salumiere non mi pare che di solito finisca sulla stampa.Sul giornale leggiamo invece i fatti che riguardano le classi dirigenti».Che a volte non sono reato ...«Allora distinguiamo. Ci sono fatti di rilevanza penale che si possono pubblicare una volta che l’indagato ne ha avuto conoscenza.Per farlo non è necessario attendere il processo.Se l’episodio è rilevante l’opinione pubblica non può aspettare dieci anni prima di sapere.Non è forse giusto che i cittadini e gli investitori conoscano i rapporti tenuti dall’ex governatore di Bankitalia con i protagonisti della scalate bancarie del 2005?A me pare di sì».E quelli non penalmente rilevanti?«Se fanno capo a un uomo pubblico interessano l’opinione pubblica.Quel deputato che andava a prostitute e tirava cocaina, probabilmente non ha commesso reati.Ma visto che era un sostenitore della famiglia e un proibizionista, credo che i suoi comportamenti possano essere legittimamente conosciuti dai cittadini.E il discorso vale pure per me.Se io, che sono un magistrato, andassi tutte le settimane a caccia nella tenuta di un mafioso, non commetterei un reato.Ma qualcuno vuole sostenere che chi lo scrive viola la mia privacy?Ma andiamo, la tutela di questa privacy in realtà è solo la tutela dei propri panni sporchi.Non risponde a un’esigenza etica.E’ la dimostrazione che in Parlamento c’è chi non vuole far conoscere le porcherie di cui si è reso protagonista»

lunedì 26 maggio 2008

Ogni tanto uno si chiede se sogna o se è desto


Qualche volta questo succede quando si vive una situazione troppo bella per essere vera; che so: una ragazza bellissima ha appena accettato di uscire a cena con te. Non ci posso credere!, si dice il fortunato.Molto più spesso però l'esperienza para onirica è di tipo negativo. L'esempio tipico e ricorrente riguarda le iniziative adottate dalla classe politica nei più disparati settori; si resta increduli. Almeno, io resto incredulo nel settore di cui ho una qualche esperienza, quello della Giustizia. Poi mi rendo conto che è tutto proprio vero e mi …. arrabbio; poi mi deprimo; poi mi rassegno.Veniamo al dunque: il cosiddetto pacchetto sicurezza.Per la verità, straordinariamente, qualcosa di intelligente vi è stato inserito: hanno abolito il patteggiamento in appello (almeno, così si legge nella prima versione del testo reperita su Kataweb). Trattasi di una delle situazioni para oniriche del primo tipo, quelle della ragazza bellissima che accetta di uscire a cena con te: da non crederci. E infatti mi sa che non resisterà agli aggiustamenti successivi e che alla fine il patteggiamento ce lo ritroveremo reintrodotto a furore di popolo … avvocatesco.Poi c'è un'altra cosa furba: la subordinazione della sospensione condizionale della pena all'eliminazione delle conseguenze del reato. Per capire bene di che si tratta bisogna sapere che se uno è incensurato e viene condannato a una pena inferiore ai due anni di reclusione, non va in carcere: la pena resta sospesa per 5 anni e, se questo non commette altri reati, non la sconterà mai; se invece commette un altro reato sconta sia la pena per il reato nuovo che quella che gli era stata sospesa.Bene, questo beneficio, dice il nuovo pacchetto sicurezza, può essere concesso solo se il condannato elimina le conseguenze dannose del reato; insomma se rimette tutto a posto o risarcisce il danno cagionato.Una cosa ovvia, si può pensare; ma nel nostro sistema penale l'ovvio è merce rara; e una cosa così intelligente non si era mai vista.Anche qui uno pensa: ma davvero questa bellissima ragazza viene a cena con me?Poi scopre che è tutto vero, ma solo per il reato di cui all'art. 635 codice penale.Di che si tratta?; beh, è il reato della fidanzata tradita, quella che va sotto la casa del fidanzato e gli riga la macchina o gli buca le gomme.In questi casi, dice il pacchetto sicurezza, la fidanzata non andrà in prigione se porta la macchina dal carrozziere per farla riparare o se compra un treno di gomme nuovo.E tutti gli altri reati? Che so, una villa costruita in cima a un promontorio in riva al mare, in zona sottoposta a vincolo paesaggistico e, naturalmente, costruita senza licenza. Oppure un bel palazzone di 10 piani costruito in zona destinata a parco pubblico. Oppure un appalto concesso a chi non doveva averlo e che lo ha avuto perché ha pagato un sostanziosa busta (con danno ovvio per chi invece l'appalto avrebbe dovuto averlo). Oppure una pubblica fornitura eseguita con materiale di scarto. Oppure un bel falso in bilancio con il quale l'amministratore della società si è portato via la liquidazione di quei 200 o 300 soci che l'avevano investita… Oppure fate voi, tutto quello che leggiamo sui giornali ogni giorno.Ecco, per tutti questi reati il discorso non vale. Qui la sospensione condizionale della pena viene concessa subito, la villa o il palazzo non vengono demoliti e nemmeno sottratti a chi li ha costruiti che continua a starci dentro; l'appalto ormai è stato eseguito e le fatture vengono pagate; i danni eventuali saranno richiesti con un bel processo civile (tanto lo sanno tutti che i giudici civili lavorano poco e hanno tanto tempo a disposizione) e se va bene saranno pagati tra una decina d'anni. E il falso in bilancio? Beh, ma per quello, si sa, il processo manco comincia…Allora si capisce che siamo nel solito brutto sogno e che purtroppo è tutto vero.Dove proprio piombiamo in un incubo è quando leggiamo della nuova arma decisiva per la lotta all'immigrazione clandestina, dello strumento che risolleverà le patrie sorti e libererà l'Italia dalla piaga endemica dei clandestini: il nuovo reato di immigrazione clandestina, punito da 6 mesi a 4 anni.Per capire bene in che pasticcio ci stiamo cacciando, andiamo per ordine.Chi dunque è immigrato clandestinamente in Italia, secondo i nostri Solone (trattasi di un celebre legislatore dell'antichità) commette reato.Ogni reato deve essere denunciato e l'autore di esso deve essere processato. Quindi diventa imputato.Come ogni imputato, anche questo, che da adesso chiamiamo Alì Ben Mohamed deve essere iscritto nel registro degli indagati (tempo medio – di un segretario bravo – minuti 5)Alì Ben Mohamed in verità è anche detenuto perché Solone ha pensato di prevedere che l'immigrato clandestino deve essere obbligatoriamente arrestato.Siccome Solone ha anche pensato che Alì Ben Mohamed deve essere giudicato con rito direttissimo, nelle 48 ore il nostro viene portato in Tribunale.Questo significa che:1) Il PM deve preparare una richiesta di giudizio con rito direttissimo (tempo medio minuti 5 – il provvedimento presumibilmente sarà preparato una volta per tutte e dovrà solo essere completato con le generalità di Alì Ben Mohamed e qualche altro dato variabile).2) Bisogna anche annotare la cosa nel registro generale informatico (tempo medio minuti 1)3) Poi questa richiesta deve essere trasmessa al Tribunale che dovrà annotarla anche lui nel registro informatico (tempo medio minuti 1) e predisporre l'udienza.4) Nel frattempo il PM non ha finito: deve ordinare alla scorta di portare Alì Ben Mohamed in Tribunale per domani o dopodomani: tempo medio minuti 1, si fa tutto via fax.5) Deve ancora citare un interprete per il processo perché Alì Ben Mohamed non parla l'italiano o comunque dice di non parlarlo e tu non puoi provare il contrario (tempo medio minuti 1)6) Naturalmente l'interprete deve essere pagato e ciò richiede una serie di incombenti amministrativi (diciamo tempo medio minuti 5)7) infine il Pm deve citare i testimoni (sarebbe il poliziotto che ha beccato il clandestino) altro provvedimento, altro fax, tempo medio minuti 1. Magari il poliziotto ha appena finito il turno oppure è di turno in un altro posto; ma deve venire apposta in Tribunale per dire che in effetti lui ha beccato il clandestino e che questo non aveva il permesso di soggiorno. Deve venire per forza perché il suo rapporto, quello che aveva scritto allora e che racconta come si sono svolte le cose, non può essere dato al giudice se l'avvocato difensore si oppone; e, per la verità, se l'avvocato difensore non si opponesse non farebbe il suo dovere, che consiste, tra l'altro, nel far durare il processo più a lungo possibile per tardare il momento della sentenza e per arrivare alla prescrizione.Se Alì Ben Mohamed viene portato in Tribunale, se l'interprete viene, se il poliziotto viene, il processo si fa (tempo medio ore 1): si interroga il teste, PM e difensore parlano un po' e spiegano perché l'imputato deve essere condannato e prosciolto, il giudice si ritira e poi ritorna e legge la sentenza. Prevedibilmente sarà di condanna e la tariffa si attesterà sul minimo (succede sempre così) 6 mesi, meno le attenuanti generiche, mesi 4; magari la pena sarà anche convertita in pena pecuniara, 38 euro al giorno per 120 giorni, uguale 4560 euro.Poi però il giudice deve ancora scrivere la sentenza (tempo medio mezz'ora, anche qui è prevedibile un modello prestampato) .Insomma, per fare tutto questo hanno lavorato 1 PM, 1 giudice, due segretari (uno del PM e uno del giudice) 1 cancelliere per l'udienza, un numero variabile di poliziotti (chi lo ha arrestato, chi ha fatto il rapporto, chi lo ha portato in carcere etc.), la Polizia penitenziaria della scorta, 1 interprete e 1 funzionario amministrativo che gli ha liquidato il compenso che gli tocca. Tempo medio complessivo (senza considerare il lavoro di poliziotti & C) ore 2.In realtà quasi sempre il processo per direttissima non si farà; perché quel giorno di direttissime ce ne sono 15 o 20; non c'è solo l'immigrazione clandestina che prevede il rito direttissimo. Ancora si commettono reati di porto d'armi e ancora ci sono casi di direttissima per reati piuttosto gravi (per esempio traffico di droga); poi ci sono gli altri reati della Bossi Fini che fanno concorrenza a questo nuovo arrivato.Insomma, nel 70 % dei casi (ma sono ottimista) il processo sarà rinviato. A quando? Mah, da 1 mese a 6 mesi.Il clandestino naturalmente è in giro per i fatti suoi da subito dopo la sentenza.Eh già, perché, se è incensurato, Alì Ben Mohamed ha diritto alla sospensione condizionale della pena.Ma soprattutto ci saranno un sacco di motivi per i quale in realtà Alì Ben Mohamed sarà prosciolto. Il punto è che il codice penale prevede una scriminante (sarebbe una causa di giustificazione): lo stato di necessità, ad esempio (art. 54 del codice penale). Forse Solone non lo sa, ma si tratta di una cosa che vale per tutti, anche per i clandestini.Così se Alì Ben Mohamed dice che lui era entrato in Italia con visto turistico per stare insieme con la moglie e il bambino piccino che erano qui legalmente; che poi la moglie è scappata con un altro, lasciando lui e il bambino piccino; e lui mica poteva lasciare il bambino piccino in mezzo alla strada, ecco che il giudice lo assolve per aver agito appunto in stato di necessità.Oppure Alì Ben Mohamed potrebbe dire che le sue preferenze sessuali sono non del tutto ortodosse e che nel suo Paese a quelli come lui gli fanno cose brutte e definitive, sicché lui al suo Paese proprio non può tornarci. E anche qui stato di necessità.Oppure … ma qui la fantasia (e l'abilità di un bravo difensore) può esercitarsi e di fatto si esercita molto liberamente.Sicché che questo odioso immigrato clandestino venga condannato non è proprio del tutto certo.In ogni modo, anche se condannato, Alì Ben Mohamed rarissimamente resterà in carcere. E, se anche ci resta, dopo 9 mesi deve essere buttato fuori per espressa disposizione di legge (sono le norme sui termini di carcerazione preventiva, questa cosa orribile che viene sempre vituperata tranne, pare, per Alì Ben Mohamed).Comunque stiano le cose, Alì Ben Mohamed ha anche un altro diritto (lo so, non sta bene che gli si riconoscano tutti questi diritti, però, che ci si vuol fare, è la legge): può fare appello contro la sentenza di condanna. E siccome l'appello non gli costa nulla, anche perché ha un difensore di ufficio che viene pagato dallo Stato (dal popolo per la verità, cioè anche da me, mannaggia), lui lo fa di sicuro.Questo significa che la cancelleria del giudice che lo ha condannato deve trasmettere tutto alla Corte d'Appello che poi deve fare un certo numero di notifiche e poi un nuovo processo.Non voglio rifare la tabella tempi e metodi di cui sopra. Ma ognuno capisce che tutto questo non si fa senza che un certo numero di persone ci lavori sopra e per un certo periodo di tempo. Ah, dimenticavo, qui i giudici che si debbono occupare di Alì Ben Mohamed sono 3.Se la sentenza viene confermata, non è mica finita. Perché Alì Ben Mohamed ha ancora questo diritto di fare ricorso in Cassazione, dove altri 5 giudici si occuperanno di lui; il tutto previa una serie sterminata di trasmissioni atti (a Roma !!!), adempimenti procedurali e notifiche.E la Cassazione magari confermerà che Alì Ben Mohamed è proprio colpevole e che la pena inflittagli è giusta.Ma, e qui la cosa si fa interessante, in realtà Alì Ben Mohamed non deve stare in carcere, deve essere espulso; Solone ha deciso che il giudice , con la condanna, ordina l'espulsione.Questa cosa è bellissima; Solone proprio non sa o non ha capito niente di quello che succede.Dunque, ordine di espulsione, si avvia il procedimento amministrativo per l'espulsione di Alì Ben Mohamed. In soldoni il questore gli notifica un provvedimento che dice che lui deve andare via.Ovviamente Alì Ben Mohamed se ne frega e non va via.Resta a fare il clandestino che a questo punto ha commesso anche un altro reato, quello previsto dall'art. 14 comma 5 ter della Bossi Fini. Sicché quando lo prendono di nuovo, lo denunciano anche per questo nuovo reato.Anche per questo reato si fa la direttissima; e quindi si riapre tutto quello scenario descritto più sopra, un sacco di gente lavora su Alì Ben Mohamed per un sacco di tempo.Qui Solone dovrebbe sapere che l'assoluzione è la norma; e non perché i giudici sono una manica di incapaci, lassisti, comunisti. Ma perché la situazione (vera, verissima) che Alì Ben Mohamed racconta è la seguente.Cari giudici io ho provato ad ottemperare all'ordine di espulsione e, a mie spese, mi sono recato alla frontiera con la Spagna; però lì, quando gli ho fatto vedere l'ordine di espulsione (non i miei documenti perché io non li ho, me li hanno rubati – come si dice, se non è vera è ben trovata) mi hanno detto che non se ne parlava nemmeno e che loro non mi facevano entrare. Quindi ho provato nell'ordine e sempre a mie spese, in Francia, in Svizzera, Austria e Croazia; ma anche lì mi hanno cacciato via.In aereo, sempre per via della mancanza di documenti, non mi hanno voluto far salire. Allora ho provato con una nave ma anche lì non mi hanno voluto. Che posso fare?Eh, dice il PM, magari ha ragione lui, io lo so che questa cosa è vera se uno non ha i documenti. Però Alì Ben Mohamed è un furbacchione e i documenti ce li ha, solo che non li vuole far vedere e mente.Eh no, salta su il difensore, il PM non può "supporre" (intanto fa un ghigno di compatimento) che il mio assistito abbia i documenti e che volontariamente non li presenti; lo deve "provare". Lei lo può provare PM, mi dica lo può provare? Il PM si fa piccino piccino e con un filo di voce dice che effettivamente …Il giudice assolve.Alì Ben Mohamed probabilmente finirà in un CPT (questa è bellissima, il nuovo pacchetto sicurezza contiene una norma decisiva per la lotta alla criminalità in genere e a quella degli immigrati clandestini e no in particolare: i centri di permanenza temporanea non si chiameranno più così, si chiameranno da adesso in poi centri di identificazione ed espulsione. Insomma non più CPT ma CIP che, obbiettivamente, è più tenero, ricorda lo scoiattolino dei fumetti).Magari il Giudice che giudica Alì Ben Mohamed per una volta non è né incapace, né lassista né comunista, e lo condanna.Così anche qui Alì Ben Mohamed fa appello, ricorso per Cassazione e intanto gira in strada dove fa danni. Eh si, perché siccome è clandestino e pregiudicato, non trova lavoro. Anche lui ha il vizio di mangiare; poi a casa sua ci sono mogli e bambini piccini che hanno bisogno di mangiare anche loro. Sicché che farà: spaccia, probabilmente, oppure fa contrabbando di sigarette o vende CD taroccati (è una cosa gravissima, quell'altro Solone, quello di prima, avevano previsto una pena fino a 8 anni di reclusione!!).Tutto questo scenario, secondo il Solone di adesso, dovrebbe essere moltiplicato per 650.000. Magari 650.000 proprio no, forse 500.000, forse 400.000. Chi lo sa?Tanto la magistratura deve solo attrezzarsi e ottemperare ai suoi compiti istituzionali , senza sterili e incostituzionali lotte con il potere politico.E' ridicolo solo a pensarsi, figuriamo a dirlo o a scriverlo.500.000 processi per questo nuovo reato non potrebbero mai essere fatti. E vero che non si può peggiorare un sistema penale come il nostro. E' già morto del tutto.Ma insomma….Un'ultima cosa.Forse non c'è motivo di essere così pessimisti: Forse non succederà niente di tutto questo.Vedete, nel testo del decreto sicurezza che c'era su Kataweb questo nuovo reato è previsto così: "lo straniero che fa ingresso nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni del presente Testo Unico (sarebbero le norme sull'immigrazione) è punito etc."Questo significa che il reato viene commesso nel momento in cui lo straniero fa ingresso nel territorio dello Stato.Siccome anche Solone sa (lo sa?) che c'è l'art. 2 del codice penale che dice che nessuno può essere punito per un fatto che secondo la legge del tempo in cui fu commesso, non costituiva reato; e siccome questa nuova legge non c'era (proprio perché è nuova) quando i 650.000 sono entrati; ecco che i nostri clandestini possono stare tranquilli. Loro sono entrati clandestinamente quando la cosa non era reato.Certo, possono essere espulsi, ripescati, denunciati perché non hanno obbedito all'ordine di espulsione, tutto come prima. Però per il reato di immigrazione clandestina non possono essere processati.I nuovi, quelli che entreranno dopo l'entrata in vigore della legge, questi si, dovranno essere sottoposti a processo. E siccome non dovrebbero essere del tutto cretini; o comunque i loro difensori qualcosa gli suggeriranno, certamente ci diranno che è vero che sono clandestini ma sono entrati nel 2007 (a fare tanto) e da allora mai nessuno li ha fermati …..Speriamo che siano pochi.Domanda finale.Se Solone gli immigrati non li vuole proprio, ma perché non li espelle da solo con tanti bei provvedimenti amministrativi fatti da questori, prefetti, sindaci e compagnia cantante; e non lascia i magistrati in pace a fare il loro lavoro?Io avrei un po' di falsi in bilancio, frodi fiscali, corruzioni e robette di questo genere che aspettano sul mio tavolo…

di Bruno Tinti (curatore di Toghe rotte)